6 de octubre
Beato Alejandro de Ceva (Ascanio Pallavicino)
Eremita camaldulense
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Le origini nobiliari e la giovinezza
Ascanio Pallavicino nacque il 13 gennaio 1538 nel castello di Garessio, in provincia di Cuneo. Venne alla luce come terzogenito del marchese Giovanni Pallavicino e di Caterina Scarampi, nobili che detenevano il titolo di marchesi di Ceva e la consignoria di Garessio e di Ormea. Il primogenito della famiglia era Giorgio, uomo di consumata bontà e morigeratezza che in seguito fu consigliere del duca Vittorio Amedeo I di Savoia. Il secondogenito si chiamava Pompeo, il quale vestì in giovanissima età l'abito di frate minore conventuale e si distinse ovunque per la sua bontà e per una integerrima dottrina. Per via della sua eccellente indole e di una spiccata propensione allo studio, il marchese Giovanni affidò il giovane Ascanio all'abate Galbiate da Pontremoli, il quale sarebbe poi diventato vescovo di Ventimiglia. Sotto la saggia guida del maestro, Ascanio portò a termine i suoi studi teologici con ottimi risultati. Trasferitosi a Roma, colpì immediatamente l'attenzione del cardinale Alessandro Crivelli grazie alla sua esemplare condotta e ai suoi rari talenti intellettuali. Riconoscendone le qualità morali e le capacità amministrative, il cardinale Crivelli lo volle come proprio segretario personale. Ascanio mantenne questo delicato incarico per dieci anni nella capitale della cristianità, servendo con fedeltà e discrezione.
La vocazione camaldolese e gli anni romani
Nonostante la stima e le prospettive di una brillante carriera ecclesiastica nel mondo, il suo profondo amore per la solitudine lo spinse a rinunciare alle grandezze terrene. Chiese con insistenza di poter passare alla vita religiosa tra i seguaci di San Romualdo, l'illustre fondatore dei camaldolesi. Dopo aver superato non poche difficoltà nel convincere il cardinale Crivelli a lasciarlo partire, ottenne infine il permesso di potersi stabilire nell'abbazia di Camaldoli in Toscana. Qui Ascanio vestì l'abito monastico e assunse il nome religioso di Alessandro, abbandonando il proprio nome secolare per consacrarsi interamente alla preghiera. Emise la sua professione solenne il 1° novembre 1571, suggellando il totale abbandono a Dio nel silenzio del chiostro. Nel 1592 fu nominato procuratore generale dell'ordine, un riconoscimento dovuto alla sua straordinaria santità dei costumi, alla prudenza e alla profonda dottrina accumulata negli anni. In tale veste fu inviato nuovamente a Roma per sbrigare importanti affari riguardanti il romitaggio di Camaldoli. Nella Città Eterna fu accolto con grande favore da Papa Clemente VIII, il quale era stato grande amico del cardinale Crivelli quando il pontefice stesso era cardinale. I camaldolesi vantavano già una storica diffusione in Piemonte grazie all'opera di San Giovanni Vincenzo, fondatore della celebre Sacra di San Michele, e Padre Alessandro si accingeva a continuare questa feconda tradizione spirituale.
Il ritorno in Piemonte e la fondazione di Pecetto
Nel 1596 Fra' Alessandro fu eletto priore del monastero camaldolese di Santa Maria di Pozzo Strada in Torino. Aveva la piena facoltà di ampliare la struttura esistente ed eventualmente di erigerne di nuove per accrescere la presenza dell'ordine. Durante la sua permanenza torinese, entrò in stretta relazione con l'arcivescovo monsignor Carlo Broglia, il quale comprese subito la statura spirituale del monaco. Monsignor Broglia lo presentò al duca Carlo Emanuele I di Savoia, il quale riconobbe ben presto i suoi distinti meriti e la sua eminente pietà. Il sovrano sabaudo lo scelse come proprio confessore personale e gli propose l'edificazione di un nuovo eremo. Tuttavia, il progetto dell'eremo fu improvvisamente rimandato a causa della terribile peste che colpì la città di Torino seminando il lutto e lo scompiglio. In quella drammatica circostanza, Padre Alessandro fu chiamato in prima linea ad assistere gli appestati della capitale. Diede prova di una carità smisurata e di una totale abnegazione di sé, operando instancabilmente tra i malati e venendo considerato da tutti come un angelo consolatore concesso dalla provvidenza divina. Per recare conforto spirituale alla popolazione afflitta, fece erigere un altare in mezzo alla contrada di Dora Grossa, l'odierna Via Garibaldi, dove celebrava la messa con grande edificazione dei cittadini desolati. Commosso da tanta dedizione, il duca sabaudo fece voto solenne di erigere il progettato eremo se il popolo piemontese fosse stato liberato dalla peste. Miracolosamente la peste cessò. Per adempiere al voto, Carlo Emanuele ordinò al suo ambasciatore a Roma, il conte di Verrua, di ottenere dal Papa il breve di erezione del nuovo eremo. L'ambasciatore ottenne il documento pontificio che faceva capo proprio a Padre Alessandro. Per la costruzione fu scelto uno dei punti più alti della collina torinese nei pressi di Pecetto. Il sito fu attentamente visitato dal duca, dall'arcivescovo Broglia e dal celebre ingegnere Ascanio Vitozzi. Il 21 luglio 1602 fu posta la prima pietra della chiesa dell'eremo, alla cui solenne cerimonia parteciparono il duca e i principi reali suoi figli. Padre Alessandro fu confermato priore del nuovo eremo ogni triennio, guidando la comunità con autorevolezza e dolcezza.
L'umiltà, le fondazioni e la morte in odore di santità
La fama della sua virtù spinse il sovrano a proporlo per le importanti sedi episcopali di Saluzzo, Ivrea e Tarantasia. Con esemplare umiltà, il religioso rifiutò ripetutamente tali offerte di sedi episcopali, desiderando soltanto rimanere nascosto in Dio e giungendo persino a voler rimettere l'incarico di confessore di Sua Altezza. Nel corso della sua intensa esistenza, Padre Alessandro fondò altri due importanti eremi in terra piemontese: quello di Lanzo e quello di Belmonte presso Busca, nel Cuneese. La sua vita fu costantemente alimentata da un'intensa unione con il cielo, al punto da essere sorpreso non poche volte in stato di estasi dai suoi confratelli. Fu legato da profonda amicizia con i contemporanei papa Paolo V e San Francesco di Sales. Morì in concetto di santità nell'eremo di Pecetto il 16 ottobre 1612, carico d'anni e di meriti, all'età di settantaquattro anni e dopo quarantadue anni trascorsi nella professione di vita eremitica. Ai suoi funerali prese parte lo stesso duca, il quale fece scortare il feretro da un gran numero di cavalieri in segno di estremo rispetto. Fu sepolto nell'eremo di Pecetto innanzi all'altare maggiore. Il suo corpo fu miracolosamente ritrovato incorrotto trent'anni dopo la morte. Intorno alla sua figura continuarono a verificarsi prodigi e miracoli, che si erano già manifestati mentre era in vita. Nella sua città natale, nella cappella dell'Assunta, il Beato Alessandro figura raffigurato insieme agli altri tre santi garessini. In seguito, a causa dell'incuria del vecchio complesso, le sue spoglie mortali sono state recentemente traslate nella chiesa parrocchiale di Pecetto. Molte iscrizioni mortuarie furono apposte sulla sua antica tomba, ai piedi della statua eretta in suo onore e sotto i ritratti che lo ricordavano. Lo stesso duca Carlo Emanuele volle uno dei ritratti di Alessandro nelle sue stanze private. Per la tomba del defunto compose una celebre iscrizione il letterato milanese Don Valeriano Castiglione, monaco cassinese. L'iscrizione tombale recita formule sulla morte, sull'attesa della risurrezione, sulla cella monastica concepita come un cielo e sulla continua meditazione dei beni celesti. L'epitaffio definisce il defunto fondatore dell'eremo e rettore degli eremiti. Il nome inciso sulla pietra è Alessandro, appartenente alla nobile famiglia dei marchesi di Ceva, vissuto interamente nel silenzio. Sotto la statua era posta un'iscrizione che indicava il Venerabile Padre Alessandro, dei marchesi di Ceva, eremita camaldolese. Egli fu ricordato come fondatore del maggiore eremo torinese, eretto e dotato dal serenissimo Carlo Emanuele, duca di Savoia, e la sua nomina era avvenuta per indulto apostolico. Morì nel Signore il giorno precedente le none di ottobre del 1612. Sotto il suo ritratto si trovava un elogio che lo descriveva come institutore della Congregazione piemontese degli eremiti camaldolesi e veniva lodato come cultore ed eximio propagatore della severiore disciplina monastica, capace di rifiutare due vescovati e un arcivescovato distinguendosi per la lode di una singolare modestia.
Il culto e la fioritura di santità negli eremi
Il Menologio Camaldolese commemora il religioso con il titolo di beato al 6 ottobre. Sebbene il suo culto non abbia ancora ricevuto una conferma ufficiale da parte della Chiesa universale, occorre ricordare che i Praenotanda del Martyrologium Romanum del 2004 riconoscono che i calendari diocesani e religiosi sono versioni locali del Martirologio. Pertanto, è ritenuto legittimo tributare il titolo di santo o beato a personaggi che ne godono da tempo immemorabile secondo i rispettivi calendari locali. Le strutture eremitiche fondate da Alessandro in Piemonte divennero autentici centri di nuova e fiorente santità. Presso l'eremo vicino a Torino si segnalano diversi venerabili, tra cui Apollinare Chioma ricordato il 27 gennaio, Franceschino Garberi venerato il 1° febbraio, Tito de Presbyteris ricordato il 9 febbraio, Ignazio Carelli commemorato il 10 aprile e Onofrio Natta ricordato il 21 maggio. La schiera dei beati e venerabili prosegue con Massimo Soria commemorato il 24 maggio, Gioacchino Tubassi ricordato il 25 maggio, Basilio Nicolis de Robilant commemorato il 12 luglio, Mauro da Sabina ricordato il 20 luglio, Benedetto Pettinai commemorato il 18 agosto e Carlo Amedeo Botti ricordato il 19 agosto. Si aggiungono inoltre Clemente Perlasco commemorato il 27 agosto, Giovanni Grisostomo Chieppi ricordato il 24 settembre, Massimino Chariers commemorato il 12 ottobre, Bonifacio Scozia ricordato il 18 novembre, Prospero Magliano commemorato il 1° dicembre e Pietro Vacca commemorato il 27 dicembre. Altri due venerabili morirono presso l'eremo di Belmonte a Busca, nel Cuneese: Giovanni Chiotassi, che morì in quel luogo ed è ricordato il 17 settembre, e Bernardino Milano, che vi spirò ed è commemorato il 23 novembre.
Su camino de fe
La trayectoria vital de Ascanio Pallavicino, conocido en la vida religiosa como Alejandro de Ceva, es un itinerario de conversión y entrega. Originario de Garessio, su juventud estuvo marcada por las responsabilidades del mundo, desempeñándose con diligencia como secretario del cardenal Alessandro Crivelli durante diez años. Sin embargo, el Espíritu Santo lo condujo hacia un horizonte más profundo, moviéndolo a renunciar a sus cargos para abrazar la regla de San Romualdo. En 1571, su ingreso en la Orden Camaldulense marcó el inicio de un camino de ascesis y oración profunda.
A lo largo de su vida, el Beato Alejandro recorrió diversos lugares, llevando consigo el testimonio de su vocación. Su itinerario geográfico, que incluyó ciudades como Roma, Turín y Busca, fue siempre una oportunidad para el encuentro con Dios. Su compromiso con el Evangelio no se limitó a los muros del claustro; durante la terrible epidemia de peste que azotó la ciudad de Turín, el monje salió al encuentro de los sufrientes, brindándoles asistencia espiritual y consuelo en medio de la adversidad. Esta caridad, nacida de la oración, cimentó su reputación de santidad.
Por mandato del duque Carlos Manuel primero, Alejandro de Ceva se convirtió en un pilar fundamental para la expansión de la vida eremítica. Su capacidad organizativa y su celo espiritual permitieron la fundación del eremo de Pecetto, donde residió hasta el final de sus días, así como de los eremos de Lanzo y Belmonte. En estos lugares de silencio, el Beato Alejandro cultivó la comunión con el Señor hasta su fallecimiento en 1612, dejando una huella imborrable en la historia de la Orden Camaldulense y en la memoria de los fieles que supieron reconocer en él a un verdadero hombre de Dios.
Su memoria litúrgica
La figura del Beato Alejandro de Ceva es honrada con particular devoción dentro de la tradición camaldulense. Su vida, caracterizada por la búsqueda constante del rostro de Dios en la soledad del eremo y en el servicio al necesitado, es recordada en el Menologio Camaldolese. Este texto litúrgico preserva su memoria, situando su conmemoración el día seis de octubre.
A través de los siglos, su ejemplo continúa siendo una luz para quienes buscan la sobriedad y la oración en medio de las ocupaciones cotidianas. Aunque no alcanzó la canonización formal, su reconocimiento como beato en las fuentes de su orden subraya la importancia de su testimonio como monje, fundador y servidor de los enfermos. La sobriedad de su existencia, centrada en lo esencial, invita a los fieles de hoy a redescubrir el valor del silencio, la caridad fraterna y la fidelidad a la vocación recibida, manteniendo viva la estela de santidad que dejó en las tierras de Pecetto y en todo el ámbito de su misión.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia il Beato Alejandro de Ceva?
Il Beato Alejandro de Ceva viene commemorato dal Menologio Camaldolese il 6 ottobre.