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2 de julio

Beato Ignacio Choe In-cheol

Mártir

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origini e prime prove della fede

Ignazio Choe In-cheol nacque a Seul in una data non specificata del diciannovesimo secolo. Il padre di Ignazio esercitava la professione di interprete, un incarico che inseriva la famiglia nel contesto sociale dell'epoca. Il giovane Ignazio imparò i precetti del catechismo dal fratello maggiore Mattia Choe In-gil, che si distingueva come figura di spicco tra i primi evangelizzatori coreani. Nel 1791, durante la persecuzione Sinhae, Ignazio e il fratello Mattia subirono il loro primo arresto a causa della loro adesione al cattolicesimo. Durante questa detenzione iniziale, a Ignazio fu concesso un permesso di tre giorni per fare ritorno a casa, con il chiaro intento delle autorità di indurlo all'apostasia. Al suo rientro domestico, la madre anziana e i fratelli lo supplicarono piangendo di salvarsi la vita, riuscendo infine a persuaderlo a cedere. Presentatosi nuovamente al Ministero della Giustizia, Ignazio affermò inizialmente che non avrebbe creduto al cattolicesimo. Nello stesso contesto, tuttavia, precisò subito che non avrebbe mai potuto definire malvagia la religione cattolica, nemmeno a costo della vita. Dopo essere stato rimandato nuovamente a casa, Ignazio prese profonda coscienza dell'errore commesso e decise di intensificare la propria pratica di fede.

Il servizio alla comunità e la testimonianza di Mattia

Dopo il ravvedimento, Ignazio collaborò strettamente con il fratello Mattia nell'opera di assistenza agli altri fedeli che vivevano nella clandestinità. In quel delicato periodo, Mattia trovò un riparo sicuro per il sacerdote cinese Giacomo Zhou Wen-mo, che rappresentava il primo presbitero a giungere in terra coreana per sostenere la comunità. Quando la polizia imperiale iniziò a cercare attivamente il sacerdote straniero per arrestarlo, Mattia compì un gesto di estrema generosità, tentando di spacciarsi per lui al fine di depistare gli agenti. A causa di questo nobile tentativo, Mattia fu arrestato e subì il martirio il 28 giugno 1795 insieme agli accompagnatori di padre Giacomo. Di fronte a questo lutto e alla perdita di un punto di riferimento così importante, Ignazio prese il testimone del fratello defunto, assumendo ruoli di grande responsabilità all'interno della comunità ecclesiale e promuovendone con coraggio la diffusione. Come segno tangibile della sua rottura con il passato pagano, eseguì il gesto di bruciare la tavoletta usata per i riti ancestrali, lo stesso atto che era stato in precedenza motivo di condanna a morte per Paolo Yun Ji-chung. Inoltre, ogni volta che padre Giacomo si trovava in pericolo per le retate della polizia, Ignazio si adoperava con ogni mezzo per favorirne la fuga e la salvezza.

La cattura e il martirio

All'inizio della persecuzione Shinyu, per sfuggire alle ricerche delle guardie, Ignazio si nascoste presso l'abitazione di una zia, che però divenne il luogo in cui venne infine catturato. Subito dopo l'arresto, subì severi interrogatori e torture sia nella sede centrale della polizia di Seul sia al Ministero della Giustizia. Dinanzi ai suoi aguzzini mantenne ferma la sua posizione, dichiarando apertamente che non avrebbe mai rinnegato il cattolicesimo neppure di fronte alla morte. Rifiutò con decisione qualsiasi ritrattazione, spiegando con chiarezza che la salvezza eterna derivava proprio dagli insegnamenti della dottrina cattolica. Per piegare la sua resistenza, il Ministero della Giustizia formulò contro di lui una condanna a morte basata su cinque distinte imputazioni ufficiali. La prima accusa riguardava l'aver disatteso la promessa formale precedentemente fatta di abbandonare il cattolicesimo. La seconda accusa fu di aver continuato a professare con fermezza la fede cattolica anche dopo la morte violenta del fratello. La terza accusa consisteva nell'essersi dedicato attivamente alla propagazione del cattolicesimo insieme ad altri compagni di fede. La quarta accusa riguardava l'aver elogiato la grandezza della dottrina cattolica perfino durante la detenzione nella sede centrale della polizia. La quinta e ultima accusa imputava a Ignazio l'invito e il servizio reso a padre Giacomo Zhou in territorio coreano. Il 2 luglio 1801, corrispondente al ventiduesimo giorno del quinto mese secondo il calendario lunare, Ignazio venne condotto presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e giustiziato tramite decapitazione. Insieme a lui vennero martirizzati Colomba Kang Wan-suk, Susanna Kang Gyeong-bok, Matteo Kim Hyeon-u, Viviana Mun Yeong-in, Giuliana Kim Yeon-i, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae.

La memoria e la beatificazione

Il beato Ignazio Choe In-cheol, insieme ai suoi compagni di fede e di supplizio, appartiene al gruppo di martiri guidato da Paolo Yun Ji-chung, un gruppo che include anche il fratello Mattia Choe In-gil e il sacerdote Giacomo Zhou Wen-mo. Questa straordinaria schiera di testimoni della fede ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa in Asia. L'intero gruppo dei martiri è stato solennemente beatificato da papa Francesco il 16 agosto 2014 a Seul, durante la sua memorabile visita apostolica in Corea del Sud. Tale riconoscimento ha suggellato la santità di una vita spesa interamente per il Vangelo e coronata dal dono supremo della vita.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia il beato Ignacio Choe In-cheol?

La sua memoria liturgica si celebra il 2 luglio.

Di cosa è patrono il beato Ignacio Choe In-cheol?

Le fonti storiche e biografiche non menzionano titoli di patronato specifici per questo beato.