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4 de marzo

Beato Juan (Kolë) Shllaku

Sacerdote franciscano, mártir

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origini e formazione religiosa

Il francescano Nikollë o Kolë Shllaku nacque di nazionalità albanese nella città di Scutari, in Albania, il 27 luglio 1907. Fin dalle scuole elementari frequentò il collegio dei Frati Minori nella sua città natale, crescendo in un ambiente intriso di spiritualità e di amore per lo studio. All'età di quindici anni entrò come postulante nell'Ordine dei Frati Minori nel convento di Troshan, compiendo i primi passi decisivi verso la consacrazione totale a Dio. Con la professione religiosa prese il nome di fra Gjon, corrispondente all'italiano Giovanni, sigillando il suo cammino di spogliazione e di servizio secondo l'ispirazione del poverello di Assisi. Per completare la sua preparazione culturale e spirituale fu inviato in Olanda per effettuare gli studi teologici, coronati nel 1931 dalla sua ordinazione sacerdotale avvenuta sempre in terra olandese. Successivamente, tra il 1932 e il 1936, approfondì ulteriormente la sua preparazione accademica studiando presso la facoltà teologica di Lovanio, dove conseguì il prestigioso dottorato in Teologia. Dopo il conseguimento del titolo rientrò nella sua amata Scutari, pronto a mettere i suoi talenti al servizio della comunità ecclesiale e civile.

L'impegno culturale e la guida morale

Tornato in patria, insegnò Filosofia e Francese al liceo Illyrikum di Scutari, istituto in cui era stato studente in passato, trasmettendo ai giovani l'amore per il sapere e per il pensiero critico. Divenne rapidamente noto tra i suoi studenti e in altri ambienti per la sua caratura intellettuale e spirituale, distinguendosi per la profondità delle sue analisi e per la limpidezza della sua testimonianza. In seguito all'occupazione italiana dell'Albania scelse di andare in esilio in Jugoslavia, rifiutando di sottostare alle pressioni e alle ingerenze straniere, per poi rientrare in patria dopo un anno di esilio. Rientrato a Scutari, assunse la direzione della rivista «Hylli i Dritës», che in italiano significa «Stella del Mattino», ponendosi al timone di una delle voci culturali più autorevoli del cattolicesimo albanese. Attraverso i suoi articoli di tono polemico evidenziava con lucidità i pericoli derivanti dalle ideologie marxiste e fasciste, che minacciavano la libertà delle coscienze e la sovranità spirituale del popolo. Eortava i suoi giovani studenti a praticare la resistenza non violenta e a rifiutare la vendetta, educandoli a una risposta cristiana fondata sulla forza interiore e sulla carità. Nel 1940 morì padre Gjergj Fishta, figura di spicco del francescanesimo albanese e pilastro della cultura nazionale. Alla morte di padre Fishta, padre Gjon lo sostituì come guida morale della comunità religiosa, raccogliendone l'eredità spirituale e civile. Nell'ambito del suo ministero organizzò un ciclo di conferenze incentrato sul materialismo marxista, offrendo ai fedeli e agli studiosi chiavi di lettura rigorose. Nel corso delle conferenze confutò dettagliatamente le tesi marxiste mantenendosi fedele all'insegnamento della Chiesa e dimostrando l'incompatibilità tra la fede cristiana e le visioni materialistiche della storia.

La tempesta della persecuzione e l'arresto

La situazione politica albanese cambiò radicalmente con l'ascesa al potere di Enver Hoxha e l'instaurazione del regime comunista. Il nuovo regime avviò una palese persecuzione contro i credenti di ogni fede, calpestando sistematicamente la libertà religiosa e i diritti fondamentali della persona. La persecuzione fu particolarmente dura verso i gesuiti e i francescani, considerati ostacoli insormontabili per l'affermazione dell'ideologia di stato. I francescani venivano presi di mira in modo specifico a causa del loro storico impegno nel rafforzare l'identità popolare albanese e nel difendere la dignità della nazione. Padre Gjon comprese precocemente le intenzioni del regime di Hoxha, leggendo con lungimiranza la tragedia che si profilava all'orizzonte per la Chiesa locale. Alcuni cattolici, spinti dalla paura o dall'opportunismo e uniti ai comunisti per interesse, lo avvisarono che il suo nome figurava nella lista dei sacerdoti da eliminare fisicamente. Di fronte al pericolo imminente, agli studenti che chiedevano un suo orientamento dichiarò con serena fermezza che il martirio sarebbe stato il suo cammino, invitando tutti a pregare per ottenere forza e coraggio. Nel frattempo, due studenti del Seminario di Scutari, Mark Çuni e Gjergj Bici, crearono la sigla «Unione Albanese» per reagire al clima di oppressione. Sotto tale pseudonimo i due studenti produssero volantini per contrastare la propaganda comunista che invadeva il paese. I volantini vennero inizialmente ciclostilati di nascosto all'interno del Seminario, lontano dagli sguardi delle autorità scolastiche. Successivamente i volantini furono stampati presso la tipografia dei frati, sfruttando la disponibilità dei locali religiosi per la diffusione del materiale di resistenza. È storicamente accertato che nessun superiore dei gesuiti o dei francescani era al corrente della produzione di tali volantini, operata in autonomia dai giovani. La scoperta dell'Unione Albanese fornì tuttavia al regime il pretesto tanto atteso per colpire la Chiesa e arrestare padre Gjon. Padre Gjon fu arrestato nel corso dell'inverno del 1945, strappato alla sua comunità e gettato nelle celle del regime. All'interno delle carceri subì settimane di torture disumane, volte a piegare la sua tempra morale e a estorcergli confessioni infondate.

Il processo iniquo e la condanna a morte

Nel gennaio 1946 fu sottoposto a un processo giudiziario dall'esito già predeterminato, celebrato insieme ad altri detenuti politici in un clima di intimidazione generale. Fu accusato pretestuosamente di essere al vertice dell'Unione Albanese, attribuendogli un ruolo di direzione che giustificasse la durezza della repressione. Gli fu inoltre contestata la collaborazione con la resistenza armata degli abitanti delle montagne del nord dell'Albania, nel tentativo di legare la sua opera pastorale alla lotta armata. Gli fu contestata la pianificazione della nascita della Democrazia Cristiana albanese, vista dai comunisti come una minaccia inaccettabile al monopolio del potere. Fu ulteriormente accusato di aver organizzato il presunto "Complotto Nero" ai danni del governo, in complicità con il Vaticano, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, secondo i classici schemi della propaganda totalitaria. Le sentenze del processo fittizio vennero lette ufficialmente il 22 febbraio 1946, sancendo la condanna sommaria degli imputati cattolici. I condannati alla pena capitale tramite fucilazione furono otto in totale: padre Gjon Shllaku, padre Giovanni Fausti, padre Daniel Dajani, i seminaristi Mark Çuni e Gjergj Bici, e i laici Gjelosh Lulashi, Fran Mirakaj e Qerim Sadiku. Gli altri imputati coinvolti nel procedimento furono condannati a pene detentive variabili da cinque anni fino all'ergastolo in caso di presunte infrazioni ulteriori. La condanna a morte di Gjergj Bici fu poi commutata in anni di lavori forzati, risparmiandogli l'esecuzione immediata. Fran Mirakaj, provato dalle sofferenze subite, morì successivamente nel settembre 1946 a causa delle durissime condizioni di vita. La macchina della morte del regime non concesse alcuna clemenza a padre Gjon e ai suoi compagni di sventura, destinati a suggellare con il sangue la loro fedeltà a Cristo.

Il martirio e la glorificazione

All'alba del 4 marzo 1946 i sei condannati a morte rimasti furono condotti al cimitero cattolico di Scutari per l'esecuzione capitale. L'ordine di sparare fu impartito alle ore 6:00 a un plotone di otto soldati armati di mitragliatrici, pronti a compiere l'atto criminoso. Prima di morire padre Gjon chiese con serenità di poter salutare i suoi confratelli francescani e tutte le sue conoscenze, manifestando un ultimo gesto di affetto fraterno. Subito dopo, affrontando il plotone di esecuzione con la dignità dei santi, i condannati gridarono insieme prima di morire: «Viva Cristo Re! Viva l'Albania!». Questa testimonianza suprema rimase scolpita nella memoria del popolo albanese, che custodì il ricordo del martirio nel silenzio degli anni della dittatura. Dopo la caduta del regime comunista ripresero finalmente le attività religiose pubbliche in Albania, permettendo di riportare alla luce la verità storica su quei tragici eventi. Il 28 febbraio 1993 il governo democratico albanese conferì a padre Gjon il titolo di «martire della democrazia», riconoscendo il suo alto valore civile e morale. Padre Gjon Shllaku e i suoi compagni sono stati in seguito inseriti nell'elenco dei trentotto martiri albani uccisi dal regime comunista, guidati dal vescovo francescano Vincenç Prennushi. Tali venerabili soggetti sono stati tutti beatificati il 5 novembre 2016 in una solenne celebrazione liturgica. La cerimonia di beatificazione si è svolta nella piazza antistante la cattedrale di Santo Stefano a Scutari, luogo simbolo della fede cattolica in Albania. Il soggetto è nato a Scutari, in Albania, il 27 luglio 1907 ed è deceduto il 4 marzo 1946, giorno che la Chiesa ha stabilito per la sua memoria liturgica.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia il Beato Juan Shllaku?

La memoria liturgica del Beato Juan Shllaku si celebra il 4 marzo, giorno della sua nascita al cielo.

Qual è il contesto del suo martirio?

Il Beato Juan Shllaku fu arrestato, torturato e fucilato nel 1946 dal regime comunista albanese guidato da Enver Hoxha, nell'ambito della persecuzione contro i credenti cattolici e gli ordini religiosi.