19 de agosto
Beati Ludovico Flores y Pedro de Zuñiga, sacerdotes religiosos, y 13 compañeros marineros
Mártires
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Le origini e la chiamata alla missione
Il contesto storico si colloca nel XVII secolo, precisamente nell'anno 1632, all'interno di una complessa stagione di persecuzioni in cui molti cristiani subirono il martirio in Giappone dal 1617 al 1632 in diversi modi e in varie città. Le vicende di questo gruppo memorabile iniziano dalle storie personali dei singoli protagonisti, chiamati da luoghi lontani sulle strade della Provvidenza. Il beato Gioacchino Firayama era capitano di mare ed era nato in Giappone. La sua vita cambiò profondamente quando Gioacchino Firayama fu convertito alla religione cristiana dal missionario gesuita beato Baldassarre Torres, il quale concluse il suo pellegrinaggio terreno il 20 giugno 1626. Dopo questa conversione che trasformò la sua esistenza, Gioacchino Firayama si era successivamente trasferito a Manila, nelle Isole Filippine. Qui Gioacchino Firayama si era sposato e aveva preso il nome spagnuolo di Diaz. Tuttavia, nel cuore del capitano Gioacchino Firayama fu assalito dal desiderio di rivedere la patria, un sentimento che lo spinse a organizzare un viaggio attraverso i mari dell'Oriente. Nell'estate del 1620 Gioacchino Firayama faceva vela sulla propria fregata verso il Giappone. Per questa traversata delicata, Gioacchino Firayama viaggiava in compagnia di una dozzina di marinai e di quattro passeggeri cristiani.
Tra i passeggeri imbarcati vi erano figure di straordinario spessore spirituale, come il beato Luigi Florez. Luigi Florez era nato ad Anversa, nei Paesi Bassi, verso il 1568. Le vicende familiari lo videro protagonista di un lungo viaggio, poiché i genitori di Luigi Florez erano emigrati in Spagna e poi nella città di Messico. Nella capitale messicana, Luigi Florez vestì l'abito dei Frati Predicatori nel convento di San Giacinto a Città del Messico. Tuttavia, per andare nelle Isole Filippine Luigi Florez dovette cambiare il suo cognome fiammingo Fraryn in Florez, superando così le restrizioni amministrative dell'epoca. Dopo questo faticoso cammino, Luigi Florez arrivò nelle Isole Filippine nel 1602 per compiere il suo ministero. Quando maturò la decisione di partire per l'Oriente, Luigi Florez aveva oltrepassato i cinquant'anni quando chiese di essere inviato in Giappone, acceso di zelo e desideroso di patire e morire per Cristo. Frutto di questa santa audacia fu la sua partenza, poiché padre Luigi s'imbarcò il 6 giugno 1620 sulla fregata del capitano Firayama insieme al beato Pietro de Zúñiga.
Pietro de Zúñiga portava nel nome e nella stirpe una nobile eredità terrena, poiché Pietro de Zúñiga era figlio di don Alvaro, marchese di Villamarina e sesto viceré della Nuova Spagna. Dal punto di vista biografico, Pietro de Zúñiga nacque a Siviglia verso il 1585. Già in tenera età Pietro de Zúñiga diede l'addio al mondo e prese l'abito religioso nel convento degli agostiniani di Siviglia. La sua formazione fu solida e pia, tanto che Pietro de Zúñiga fu ottimo religioso e buon predicatore. Sostenuto da questo ardore apostolico, Pietro de Zúñiga ottenne dai superiori il permesso di recarsi con altri confratelli nelle Isole Filippine nel 1610. Durante la sua permanenza asiatica, Pietro de Zúñiga apprese la notizia del martirio del beato Ferdinando di San Giuseppe, agostiniano, morto il primo giugno 1617. Toccato da quell'esempio luminoso, Pietro de Zúñiga lesse le lettere con cui Ferdinando di San Giuseppe chiedeva operai per la missione. Spinto da tale lettura, nel 1618 Pietro de Zúñiga fece domanda ai superiori di essere inviato ad evangelizzare i giapponesi. Non era la sua prima esperienza in quelle terre difficili; infatti Pietro de Zúñiga poté vedere con i propri occhi le persecuzioni contro i cristiani che non volevano apostatare. In quel frangente Pietro de Zúñiga dovette vivere nascosto e, dopo un anno, fece ritorno a Manila per ordine dei superiori. Ritornato nella capitale filippina, nel capitolo provinciale Pietro de Zúñiga perorò la causa della cristianità giapponese e ottenne considerevoli sussidi e il permesso di ritornare a predicare il Vangelo.
La cattura e le prime prove
La navigazione della fregata diretta verso il Sol Levante subì una drammatica interruzione al largo delle coste asiatiche. Al largo di Formosa la nave di Gioacchino Firayama fu assalita da una nave corsara inglese di nome Elisabetta. L'attacco dei pirati non fu casuale, poiché i pirati protestanti trovarono le lettere d'ubbidienza di due religiosi e furono invogliati a impadronirsi della nave. Dopo la spartizione del bottino saccheggiato, i pirati condussero i quattro europei e l'equipaggio giapponese al porto di Firando. Le cronache registrano che i pirati giunsero al porto di Firando il 4 agosto 1620, consegnando i viaggiatori a una serie di durissime prove. I due religiosi catturati dai corsari protestanti erano il beato Luigi Florez, domenicano, e il beato Pietro de Zúñiga, agostiniano, ai quali si unirono tredici compagni marinai giapponesi insieme a Ludovico Florès e Pietro de Zúñiga. Una volta giunti a destinazione, il gruppo sbarcò nel porto di Nagasaki in Giappone, sebbene la prigionia fosse iniziata già nella località di approdo precedente. Subito dopo l'arrivo, i martiri furono infatti arrestati a causa della loro fede cristiana. La situazione richiese l'intervento immediato di altri confratelli coraggiosi, tra cui il beato Bartolomeo Gutierrez, agostiniano, il quale morì il 3 settembre 1632. Bartolomeo Gutierrez cercò di liberare i suoi confratelli nel sacerdozio dalla prigionia. Tuttavia, quando Bartolomeo Gutierrez arrivò, i confratelli erano già stati sbarcati e consegnati all'agente olandese.
L'autorità protestante non perse tempo e l'agente olandese sottopose subito a interrogatorio i due missionari. Di fronte alle pressioni, i due missionari continuarono a negare di essere religiosi nonostante le minacciate torture e l'oscura prigione. Nelle intenzioni dei sacerdoti vi era un nobile intento fraterno, poiché i due missionari negarono la loro identità per salvare la vita all'equipaggio giapponese che li aveva accolti sul bastimento. Questa determinazione fu confermata quando il 2 ottobre 1620 gli olandesi sottoposero i due religiosi a interrogatorio per far confessare la loro identità. Nonostante i tentativi di estorcere confessioni, la vera identità dei prigionieri rimase inizialmente protetta. Nel frattempo, le autorità locali del governo giapponese gestivano la situazione con differenti sensibilità politiche. Il governatore di Nagasaki, Gonrocu, non ci teneva affatto a condannare a morte i religiosi. Per di più, Gonrocu conosceva padre Pietro perché l'anno precedente gli aveva prescritto di andare in esilio. Nelle sue valutazioni, Gonrocu avrebbe voluto rimandare Pietro nel paese di provenienza ma non poteva trasgredire gli ordini dell'imperatore. Di conseguenza, Gonrocu non era spiacente di constatare che i religiosi tenevano celata la loro identità.
Il cammino giudiziario proseguì con udienze formali e testimonianze drammatiche. Il 25 novembre Gonrocu dovette presiedere un'udienza alla presenza del signore di Firando e di due apostati. Per fare luce sulla vicenda, il beato Carlo Spinola, gesuita morto il 10 settembre 1622, e diversi altri confessori della fede furono chiamati come testimoni all'udienza. Durante l'escussione dei testimoni, padre Spinola dichiarò di non conoscere nessuno dei due imputati. Inoltre, padre Spinola affermò che un cristiano non era obbligato a dichiararsi prete. Nel corso dello stesso procedimento, padre Spinola ricusò di prestare giuramento perché privo di autorizzazione dei superiori. Ciononostante, la situazione si complicò quando numerosi testimoni giapponesi riconobbero padre Pietro. Messo di fronte alla realtà e per evitare che altri soffrissero ingiustamente, cinque giorni dopo, padre Pietro confessò liberamente di essere sacerdote. Con grande nobiltà d'animo, Pietro dichiarò di avere occultato la sua prerogativa per salvare la vita dei marinai giapponesi innocenti. In conseguenza di questa confessione, il missionario fu rimandato in prigione e, alcune settimane dopo, rinchiuso in una gabbia per isolarlo ulteriormente.
Tentativi di liberazione e la testimonianza dei compagni
La prigionia non spense la solidarietà della comunità cristiana che cercava in ogni modo di sostenere i confessori della fede. Il capitano Firayama e i suoi marinai furono arrestati e sottoposti a interrogatori serrati. In questo contesto di sofferenza, il beato Antonio Ircida, gesuita giapponese morto il 13 settembre 1632, riuscì a introdursi travestito nelle carceri per confessarli. Durante queste visite clandestine, Antonio Ircida rimase meravigliato dell'allegrezza di cui dava segni Firayama nell'attesa del martirio. Per quanto riguardava l'altro religioso, l'identità di padre Luigi Florez era rimasta ancora sconosciuta alle autorità giapponesi. Per porre fine a questa situazione di incertezza e tentare la salvezza del confratello, Collado cercò di liberare padre Luigi dalla prigione di Firando con l'aiuto del beato Luigi Yakisci, un bravo cristiano giapponese. L'azione fu pianificata nei minimi dettagli per aggirare la sorveglianza delle guardie. Il 4 marzo 1622 il padre Luigi salì su un'imbarcazione fingendo di andare a vuotare nel mare dell'acqua sporca, un espediente ingegnoso per eludere il controllo. Il Yakisci era riuscito ad accostare furtivamente l'imbarcazione alla riva per facilitare l'imbarco. Purtroppo, la vigilanza dei carcerieri era implacabile e i guardiani dettero immediatamente l'allarme, facendo sì che i fuggitivi fossero presto raggiunti.
Il fallimento del tentativo di fuga ebbe immediate conseguenze sui collaboratori. Il giorno seguente iniziò l'interrogatorio del Yakisci e dei quattro giapponesi che lo avevano aiutato nell'impresa. Vedendo che la sua persistente copertura rischiava di aggravare la posizione dei suoi soccorritori, il padre Florez confessò di essere prete per abbreviare le torture agli altri. A seguito di questa ammissione, il padre Florez fu inviato nella prigione dove era rinchiuso il padre Pietro, riunendo così i due sacerdoti nel medesimo destino di catene. Gli eventi successivi precipitarono quando Gonrocu dovette informare l'imperatore dell'accaduto. L'imperatore, istigato dai protestanti olandesi che dipinsero il padre Pietro come un conquistatore spagnolo, montò su tutte le furie a causa di queste false accuse. Di fronte a tale indignazione, l'imperatore ordinò che i due religiosi e il capitano Firayama fossero bruciati vivi. Nello stesso decreto, l'imperatore ordinò che fossero decapitati i dodici marinai che avevano prestato servizio sulla fregata. Per quanto riguarda i complici del tentativo di evasione, Luigi Yakisci e i quattro giapponesi che cercarono di fare evadere padre Luigi Florez furono condannati alla decapitazione il 2 ottobre 1622.
Le sentenze capitali richiesero il trasferimento dei prigionieri per l'esecuzione pubblica. La sentenza di morte contro i beati fu pronunciata a Nagasaki, luogo in cui i condannati erano stati trasferiti a Nagasaki per ordine del governatore. Durante il viaggio e all'arrivo nel luogo del supplizio, i condannati mantennero un contegno di straordinaria serenità. Il capitano Firayama chiese al governatore perché l'imperatore del Giappone li facesse mettere a morte senza che fossero colpevoli di crimini di natura comune. A tale domanda, Gonrocu rispose che in Giappone era proibito predicare la legge di Cristo e ai giapponesi praticarla. Prima che i condannati fossero avviati al luogo del supplizio fuori città, la Provvidenza concesse loro un ultimo conforto spirituale: il domenicano padre Pietro Vasquez riuscì a penetrare nella prigione e a confessarli. Sulla via del martirio si registrarono anche tentativi di apostasia promossi dai nemici della fede. Un prete apostata di nome Araki cercò di indurli a rinnegare la fede per avere salva la vita, senza successo, poiché la loro adesione a Cristo era ormai incrollabile.
Il martirio e la gloria celeste
Il giorno supremo giunse a suggellare una vita interamente consacrata al Signore. Il 19 agosto 1622 i dodici marinai e i due religiosi, vestiti con l'abito del loro Ordine, furono condotti al supplizio tra due fitte ali di popolo. La morte avvenne a Nagasaki in Giappone il 19 agosto 1622, e tutti i martiri subirono insieme un unico martirio che impresse nella storia la loro testimonianza. Mentre camminavano verso il luogo della esecuzione, il capitano Firayama continuava a predicare a gran voce suggerimenti dello Spirito Santo. Poiché i due religiosi, non sapendo esprimersi bene in giapponese, si avvicinavano all'orecchio di Firayama per suggerirgli argomenti appropriati per la predicazione alla folla. Le guardie, annoiate dall'insistenza con cui esortava il popolo ad abbandonare il culto degli idoli, gli ordinarono di tacere. Di fronte a tale imposizione, il martire chinò umilmente la testa e poi supplicò con dolcezza di poter usare dei suoi ultimi istanti di vita. Ottenuto un breve respiro, il capitano parlò di Cristo Gesù e della cristianità con grande ardore finché fu legato al palo. La situazione presentava anche difficoltà pratiche estreme, poiché il palo era mal conficcato nel suolo, ma Firayama lo rese stabile stando in piedi e pestando la terra intorno.
La folla dei fedeli assisteva con commozione e preghiera silenziosa a quell'evento straordinario. Tra la folla assistente c'erano tre domenicani in abiti civili, tra cui il beato Domenico Castellet, morto l'8 settembre 1628. Per sostenere lo spirito dei condannati e lodare il Signore, i cristiani presenti cantarono il Magnificat e il Laudate Dominum. L'esecuzione seguì le spietate direttive imperiali. Per primi furono decapitati i dodici marinai senza tempo per fare orazione, offrendo la loro vita in un istante. Subito dopo, i carnefici diedero fuoco alle cataste di legna erette davanti ad ogni condannato. Per prolungare l'agonia, il fuoco fu moderato a studio per allungare il supplizio ai tre martiri. I tre martiri resistettero eroicamente per quasi due ore pur essendo legati con deboli corde nella speranza che fuggissero. Nonostante le fiamme e il dolore, il primo a morire bruciando e pregando con gli occhi al cielo fu padre Luigi Florez. Il secondo a morire fu Firayama, che si era preparato facendo otto giorni di esercizi spirituali secondo il metodo di Sant'Ignazio di Loyola. La voce del capitano non si era spenta nel dolore, poiché Firayama continuò a predicare con voce potente fino all'ultimo, udito anche da chi era in barca in mare. Quando tutti spirarono esalando l'ultimo respiro, i cristiani intonarono il Te Deum in segno di ringraziamento e vittoria spirituale.
La devozione dei fedeli non si arrestò neppure di fronte alla sorveglianza armata delle autorità. I corpi dei giustiziati furono vigilati per cinque giorni dai soldati per impedire furti di reliquie. Tuttavia, per un'inattesa disposizione della Provvidenza, il governatore di Nagasaki permise inaspettatamente ai cristiani di dare ai corpi onorevole sepoltura. La custodia delle memorie sante si diffuse rapidamente in tutto il mondo cattolico. Le reliquie del beato Pietro de Zúñiga furono portate a Macao e collocate nella chiesa dei gesuiti. Allo stesso modo, le reliquie del beato Luigi Florez furono deposte nella casa di una vedova dove i domenicani si radunavano in clandestinità. I martiri subirono vari supplizi che ne attestarono la fermezza, coronati infine dalla beatificazione solenne. Pio IX beatificò 205 martiri giapponesi il 7 maggio 1867, tra cui figurano i suddetti, confermando la santità di quel manipolo di eroi della fede. Canonizzati formalmente da Pio IX il 7 maggio 1867, essi rimangono fari luminosi di coerenza cristiana per ogni generazione.
La vida y el testimonio
La trayectoria de estos hombres es una crónica de fe atravesada por los océanos y los continentes. Ludovico Flores, nacido en Amberes en el año mil quinientos sesenta y ocho, y Pedro de Zúñiga, nacido en Sevilla en el año mil quinientos ochenta y cinco, fueron sacerdotes que respondieron al llamado misionero con generosidad. Mientras Ludovico llegó a las Filipinas al iniciar el siglo diecisiete, Pedro ingresó en la orden agustiniana en su ciudad natal para luego emprender su labor en las Filipinas y, posteriormente, en el Japón desde el año mil seiscientos dieciocho. Junto a ellos, un grupo de valientes laicos japoneses, convertidos al cristianismo, unieron sus destinos en una misión común.
El año mil seiscientos veinte marcó un punto de inflexión decisivo cuando se embarcaron hacia el Japón en una fragata. Durante la travesía, fueron capturados por corsarios ingleses, lo que dio inicio a un periodo de dura cautividad en Firando. A pesar de los intentos de fuga y los intensos interrogatorios a los que fueron sometidos, ninguno de ellos flaqueó en su fe ni abandonó su compromiso con el anuncio del Evangelio. Su historia no es solo un relato de viajes, sino un camino espiritual que los condujo, paso a paso, hasta la ciudad de Nagasaki. Allí, en el año mil seiscientos veintidós, enfrentaron el martirio mediante el fuego, ofreciendo sus vidas como un sacrificio final de fidelidad. Su memoria permanece como un recordatorio de que la fe, cuando es vivida con autenticidad, trasciende las fronteras geográficas y las barreras del miedo, convirtiéndose en una luz que guía a las generaciones futuras.
El culto y la memoria
El reconocimiento de su martirio por parte de la Iglesia Católica es un testimonio de la importancia de su sacrificio. En el año mil ochocientos sesenta y siete, el Papa Pío Noveno procedió a su canonización, inscribiendo sus nombres en el catálogo de los santos y beatos que han dado su vida por Cristo. Este acto oficial no solo honró su memoria, sino que también consolidó su figura como intercesores para los fieles de todo el mundo. La celebración litúrgica que los recuerda cada diecinueve de agosto invita a los creyentes a reflexionar sobre la solidez de la fe frente a las persecuciones y la capacidad humana de sostenerse en la gracia divina.
Hoy, el recuerdo de San Ludovico Flores, San Pedro de Zúñiga y sus trece compañeros marineros sigue vivo en la oración de la comunidad cristiana. Su ejemplo de unidad, donde sacerdotes y laicos caminaron juntos hacia el encuentro definitivo con el Señor, resuena con particular fuerza en nuestra época. Son venerados como modelos de perseverancia y entrega, recordándonos que, independientemente de nuestra condición o lugar de origen, estamos llamados a mantener la integridad de nuestra fe. La devoción hacia estos mártires es una invitación a vivir con valentía y sobriedad, confiando siempre en la protección de Dios, incluso en los momentos de mayor tribulación.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia Beati Ludovico Flores y Pedro de Zuñiga, sacerdoti religiosi, e 13 compañeros marineros — Mártires?
La memoria liturgica dei santi martiri si celebra il 19 agosto.
Di cosa è patrono Beati Ludovico Flores y Pedro de Zuñiga, sacerdoti religiosi, e 13 compañeros marineros — Mártires?
I dati biografici e storici forniti non menzionano specifici titoli di patronato.
En Nagasaki en Japón, beatos mártires Ludovico Florès, sacerdote de la Orden de los Predicadores, Pedro de Zúñiga, sacerdote de la Orden de los Ermitaños de San Agustín, y trece compañeros marineros japoneses, que desembarcados en el puerto y en seguida arrestados a causa de su fe cristiana, después de varios suplicios, sufrieron todos juntos un único martirio. — Martirologio Romano