25 de diciembre
Beato Jacopo (Iacopone) da Todi
Franciscano
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Dalle origini mondane alla conversione
Il vero nome del santo era Jacopo de' Benedetti. Nacque a Todi intorno al 1230, sebbene alcune fonti indichino il 1236, ed era originario di una nobile famiglia. Studiò giurisprudenza a Bologna e intraprese la carriera notarile nella sua città, sebbene altre fonti attestino che esercitò come procuratore legale a Todi. Intorno al 1267, o tra il 1265 e il 1267, sposò una giovane nobildonna di nome Vanna, figlia di Bernardino di Guidone e appartenente alla famiglia dei conti di Colmezzo o Coldimezzo. La giovane sposa era inoltre nipote di suor Francesca, la quale era stata compagna di santa Chiara. La prima fase della vita di Jacopone fu marcatamente improntata al lusso, al divertimento, a feste e banchetti. Nel 1268 accadde un fatto che mutò radicalmente la sua esistenza e diede inizio alla sua conversione. La leggenda narra che la moglie perse la vita a causa del crollo improvviso di un pavimento durante una festa in un'aristocratica dimora di Todi mentre stava ballando. Jacopone si precipitò sul luogo dell'incidente e rimase profondamente sconvolto dalla perdita e dalla scoperta che la moglie portava un cilicio nascosto sotto le lussuose vesti. Tutti concordano sul fatto che la conversione avvenne proprio dopo la tragica e improvvisa morte della giovane sposa, la quale costituì il motivo di rottura decisivo tra la vita mondana di ser Iacopo e la sua successiva ricerca della religiosa perfezione.
Il cammino di penitenza e l'ingresso tra i Frati Minori
A seguito della dolorosa perdita, Jacopone abbandonò completamente il lavoro e le frequentazioni precedenti, elargendo tutte le sue ricchezze ai poveri. Iniziò un cammino di pubblica penitenza e umiltà, vivendo nel rigore più severo per dieci anni. Nel primo decennio della sua conversione manifestò comportamenti singolari, conciliabili con un temperamento proclive all'estremismo e alla santa pazzia, vista come logica conseguenza della follia della croce. Si narra che giunse a un convivio carponi e gravato di un basto d'asino, e che si presentò alle nozze del proprio fratello completamente nudo, spalmato di grasso e ricoperto di piume. Fu bizzocone, ossia terziario francescano, per un decennio caratterizzato da un impegno ascetico e da atteggiamenti di vita individualistica. All'inizio del suo cammino colse del messaggio serafico soprattutto la parte negativa della rinuncia e dell'austerità, piuttosto che la novità costruttiva e mistica del gioioso senso cosmico dell'incarnazione, che avrebbe raggiunto pienamente più tardi. Nel 1278 chiese di entrare nell'Ordine dei Frati Minori e fu ammesso dopo qualche iniziale diffidenza, divenendo frate laico nel convento di Pontanelli, presso Terni. Presso lo stesso convento si dedicò allo studio della filosofia e della teologia. In un documento inedito di Matteo d'Acquasparta rogato ad Assisi nel 1287 si cita la presenza dei testimoni fra Jacopo di Todi e fra Rinaldo di Todi in qualità di lettori. Inoltre, il sette novembre 1287 e il quindici marzo 1289 egli figura, insieme a fra Lorenzo da Todi, come cappellano del cardinale Bentivenga, vescovo di Albano. Il beato Bernardino da Feltre affermò che fra Jacopone fu chiamato una volta davanti alla Romana curia per pronunciare un sermone.
Il conflitto con Bonifacio Ottavo e la prigionia
L'Ordine francescano attraversava in quel periodo un momento di profondo scontro tra due anime distinte, quella dei Conventuali e quella degli Spirituali. I Conventuali erano sostenuti da Papa Bonifacio Ottavo e desideravano attenuare il rigore della Regola originaria, mentre gli Spirituali premevano fermamente per mantenere l'integrità dello spirito rigoroso del Poverello. Nel 1294 un gruppo di zelanti marchigiani chiese il riconoscimento ufficiale a Papa Celestino V, un ex eremita salito al soglio pontificio che gli Spirituali vedevano come la guida ideale per purificare la Chiesa. Fra Jacopone aderì convintamente al movimento degli Spirituali, aderendo forse al gruppo autonomo autorizzato dallo stesso Celestino V, e fu tra i firmatari della richiesta presentata al pontefice. Nelle sue composizioni, come la Lauda cinquantaquattro, egli aveva del resto presagito quanto sarebbe stato difficile l'adattamento dell'eremita di Monte Morrone al gravoso compito pontificio. Il pontefice risolse la questione collocando il gruppo in un nuovo Ordine, ma Celestino V si rivelò presto incapace, privo di autonomia e inadeguato, giungendo infine alle dimissioni. Al suo posto fu nominato Papa Bonifacio Ottavo, nei cui confronti gli Spirituali manifestarono aperta antipatia, considerandolo un illegittimo usurpatore. Bonifacio obbligò il predecessore alla permanenza presso la corte papale e lo rinchiuse nel castello di Fumone in Ciociaria, revocando inoltre i provvedimenti presi da Celestino a favore dei dissidenti marchigiani. Il dieci maggio 1297 Jacopone firmò il manifesto di Lunghezza insieme ai cardinali Giacomo e Pietro Colonna, dichiarando priva di validità l'elezione di Bonifacio Ottavo. Il Papa scomunicò i Colonna e ordinò l'assedio della loro roccaforte di Palestrina. Jacopone si trovava proprio a Palestrina e subì la medesima sorte dei cardinali. La città di Palestrina capitolò nel 1298 e, dopo la sua caduta avvenuta nel settembre di quell'anno, Jacopone fu scomunicato, processato e condannato alla prigionia conventuale perpetua nel 1298, venendo rinchiuso in una sotterranea prigione conventuale. Tale dura esperienza di reclusione è descritta con un singolare umorismo nella Lauda cinquantacinque, la quale dimostra al tempo stesso una profonda rassegnazione alle pene fisiche e una grande angoscia per la scomunica subita. Con l'avanzare dell'età, avvertendo il peso degli stenti e delle sofferenze della reclusione, Jacopone si appellò al Papa nel 1300, anno del grande Giubileo, chiedendo formalmente la revoca della scomunica. Tuttavia, non ottenne l'assoluzione dalla scomunica neppure nel corso del giubileo del 1300, e il pontefice non perdonò il frate, che rimase confinato in cella tra malattie e stenti.
La liberazione, gli ultimi anni e la morte
Papa Bonifacio Ottavo morì nel 1303 e il suo successore, Benedetto XI, eletto il ventidue ottobre 1303, ritirò la scomunica e concesse finalmente la libertà a Jacopone, ponendo fine alla sua lunga detenzione. Liberato dal carcere, il frate trascorse gli ultimi tre anni della sua vita terrena nell'ospizio dei frati presso il monastero di San Lorenzo a Collazzone, e non nel patrio convento di San Fortunato. Si spense gravemente malato nel dicembre del 1306, spirando piamente nella notte di Natale. Negli ultimi istienti fu confortato dai sacramenti che gli furono somministrati dall'amico fra Giovanni della Verna o da Fermo. Subito dopo la morte, il corpo fu trasportato da Collazzone a Todi nel monastero di Montecristo, che era di proprietà delle Clarisse. Nel corso del tempo i biografi confusero per assonanza il monastero di Montecristo con quello di Montesanto, e Bartolomeo da Pisa scrisse nel 1385 che il corpo giaceva nel monastero di Santa Chiara di Monte Santo. Nel gennaio 1433 il vescovo di Todi, Antonio da Anagni, compì una ricognizione ufficiale delle ossa, le quali furono dapprima esposte alla venerazione nella vicina chiesa dell'Ospedale della Carità e poi trasferite processionalmente dallo stesso vescovo nella chiesa di San Fortunato, all'interno di una cassa lignea arricchita da un'immagine raggiata. Nel 1596, per cura del vescovo Angelo Cesi, i resti mortali furono collocati in un sarcofago di marmo impreziosito dal busto del beato e da un epitafio scritto dal Possevino, autore anche di una biografia dedicata a Iacopone. Il capo del beato fu collocato in un reliquiario custodito tra le reliquie dei cinque santi martiri protettori di Todi, ovvero Fortunato, Callisto, Cassiano, Degna e Romana, che si trovavano nella cripta della chiesa di San Fortunato.
L'opera poetica e la spiritualità delle Laudi
Jacopone è largamente riconosciuto come il più famoso cittadino tuderte ed è autore di numerose opere letterarie, tra le quali spiccano per importanza le celebri Laudi. Esse riflettono la sua ricchissima e travagliata esperienza religiosa, fondata su un'attenta analisi di se stesso in qualità di credente e di peccatore. Il motivo di fondo della sua poesia è costituito dalla contemplazione della miseria umana, finalizzata a sollecitare la disciplina ascetica e il ravvedimento interiore. Ciascuna composizione presenta una struttura di carattere drammatico o dialogico, incentrata sul forte contrasto tra anima e corpo, tra vita e morte, e tra pietà e peccato. Il discorso poetico si muove sempre in modo inquieto, procedendo attraverso continui ripensamenti, ripiegamenti interiori, interrogazioni profonde e forti invettive. L'opera di Jacopone è intimamente caratterizzata da una visione dolorosa della vita, la quale rappresenta forse la conseguenza diretta delle gravi sventure che segnarono l'esistenza di questo illustre protagonista del Medioevo religioso e letterario italiano. All'interno di questa produzione poetica, particolarmente nota è la Lauda quattordici, in cui compare il celebre verso che recita Pro un becchieri una vultura. L'autore dell'analisi critica e della presentazione di questa complessa eredità letteraria e spirituale è Maurizio Schoepflin.
Il culto e la memoria nei secoli
Onori di culto vennero tributati annualmente a Iacopone nella cattedrale di Todi, nella chiesa di San Terenziano e in vari altri luoghi significativi. Tra gli altri luoghi legati alla sua memoria si ricordano Collazzone, Montecastrilli, Collevalenza, Pontacuti, Santa Maria in Camucia, Montecristo, la chiesa della Concezione e diversi monasteri. Tra i monasteri citati per il culto si annoverano le Servite della Santissima Annunziata, le Clarisse di San Francesco e le Benedettine note come le Milizie. La devozione si espresse anche attraverso gesti concreti, come quello di Costanza Benedettoni, la quale dispose per testamento il diciannove dicembre 1631 di far ardere in perpetuo una lampada davanti al sepolcro del beato. La famiglia della stessa offerente si riteneva consanguinea di Iacopone, e tale disposizione circa la lampada fu regolarmente registrata nello Strumento degli eredi del ventidue aprile 1655. Monsignor Formeliari trovò la lampada ancora accesa durante una sua visita pastorale, e tale uso devozionale perdurava immutato persino nel 1868. Nel 1595 il vescovo Angelo Cesi avanzò formale richiesta per poter celebrare l'Ufficio liturgico in onore di Iacopone, ma il cardinale Baronio diede risposta negativa, pur lodando l'epitafio composto per il sepolcro. Tale rifiuto fu motivato dal fatto che al titolo di beato mancava ancora il riconoscimento ufficiale della Santa Sede. Il ventotto maggio 1618 il consiglio comunale decretò di rinnovare la petizione, di cui tuttavia non si conosce l'esito definitivo. Nel 1634 lo storico Wadding pubblicò il volume sesto dei suoi Annales, annotando un errore commesso dal Possevino riguardo alla data di morte di Iacopone, indicata erroneamente nel venticinque marzo 1296. Si è a lungo sospettato che tale errore cronologico del Possevino fosse voluto al fine di scagionare Iacopone dalle gravi accuse di ribellione mossa contro Papa Bonifacio Ottavo. Wadding scrisse che la memoria di Iacopone era richiesta di generazione in generazione e che l'universale popolo continuava ad attribuirgli sacri onori. Il sette settembre 1775 Carlo Dionisio Battisti, originario di Perugia, dispose un legato a favore di Girolamo e Giacomo Benedettoni con lo scopo di promuovere la canonizzazione del beato, legato che fu successivamente commutato in cappellanie di Messe da parte di Pio VII il sei settembre 1801. Nel 1868 la postulazione dei Frati Minori avviò un serio tentativo di introdurre la causa di beatificazione, che tuttavia non ebbe immediato seguito. Padre Luigi da Costamolle, con una lettera datata dodici settembre 1869, suggerì una via per superare l'ostacolo principale costituito dalle aspre invettive scagliate da Iacopone contro il papa Caetani. Egli ricordò che tali invettive furono composte nel bollore della passione e che molti autori e personaggi di grande dottrina tenevano per nulla l'elezione di Bonifacio proprio al tempo in cui Iacopone le aveva scritte. Padre Luigi richiamava con forza l'attenzione sui cantici di penitenza, sulla morte preziosissima e sul culto susseguente, che era stato amplissimo e gloriosissimo. Oggi si suole giustamente distinguere con serenità tra la potestà spirituale del papato e il potere temporale, e l'ortodossia di grandi figure come Dante è stata pienamente riconosciuta. Non vi sarebbe dunque bisogno di appigliarsi a una presunta apocrificità di quel gruppo di Laudi per spianare la via al riconoscimento di quell'antica tradizione di culto tributata al beato Jacopone. Nel Martirologio Francescano la sua memoria liturgica figura fissata al venticinque dicembre.
Su camino de fe
La vida de Jacopo da Todi comenzó en su ciudad natal en el año 1236. Durante su juventud, llevó una vida común, culminando en su matrimonio con Vanna di Bernardino di Guidone cerca del año 1267. Sin embargo, el curso de su existencia cambió de manera drástica tras la muerte repentina de su esposa. Este suceso, vivido como una interpelación divina, le impulsó a abandonar sus ocupaciones anteriores para dedicarse por completo a la meditación y a la caridad. En el año 1278, su búsqueda espiritual encontró cauce definitivo al ingresar en la Orden de los Frailes Menores, donde profesó el carisma de San Francisco de Asís.
Su compromiso con la Iglesia y sus convicciones personales lo llevaron a participar activamente en eventos significativos de su siglo. En el año 1297, firmó el manifiesto de la familia Colonna en oposición al Papa Bonifacio Octavo, una decisión que tuvo graves consecuencias para él. Tras la caída de la ciudad de Palestrina en el año 1298, Jacopo fue encarcelado, experimentando la dureza del encierro durante varios años. Su cautiverio se prolongó hasta el año 1303, cuando fue finalmente liberado tras la elección del Papa Benedicto Undécimo. El Beato Jacopo pasó sus últimos años retirado, entregado a la oración, hasta que entregó su alma a Dios en el año 1306, en la localidad de Collazzone, dejando tras de sí una vida que fue un constante acto de entrega.
El culto y la memoria
La figura del Beato Jacopo da Todi es venerada con gran devoción en su tierra natal, siendo reconocido como uno de los protectores espirituales de Todi. Su memoria no se limita a los registros históricos, sino que se mantiene viva a través del Martirologio Franciscano, que señala su conmemoración anual el día 25 de diciembre. A pesar de que no ha sido canonizado formalmente, su vida y su testimonio son honrados por la Iglesia como un modelo de santidad que supo transformar el dolor personal en un canto de alabanza y una vida de servicio constante a Dios.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia il Beato Jacopone da Todi?
La sua ricorrenza si celebra il venticinque dicembre, data in cui figura nel Martirologio Francescano.
Quali sono i principali luoghi legati alla sua memoria e al suo culto?
Il suo culto si è sviluppato in modo particolare a Todi, dove riposa nella chiesa di San Fortunato, e in vari altri luoghi tra cui Collazzone, Montecristo e diversi monasteri francescani e clarissani.