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2 de octubre

Beato Juan Beyzym

Sacerdote jesuita

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origini e formazione in Volinia e in Ucraina

Padre Giovanni Beyzym nacque a Beyzymy Wielkie in Volinia il 15 maggio 1850, in una terra che oggi appartiene alla Repubblica ucraina. Fin dalla prima infanzia, il piccolo Jan condivise pienamente la profonda devozione che la sua famiglia riservava alla Beata Vergine Maria, un legame filiale che avrebbe guidato ogni passo della sua futura esistenza sacerdotale e missionaria. Crescendo, si distinse per un carattere schietto e molto zelante nel lavoro quotidiano, sebbene fosse inizialmente penalizzato da una grande timidezza tipica della sua giovinezza. Terminato con successo il ginnasio nella città di Kiev, il giovane Jan coltivava in cuor suo il pensiero di poter diventare un giorno un semplice sacerdote in una modesta parrocchia di campagna, dedito alla cura delle anime più umili. Fu tuttavia il padre a indirizzarlo verso la spiritualità e la disciplina dei padri gesuiti, orientando diversamente i suoi passi.

Dopo una lunga e profonda lotta interiore che ne saggiò la determinazione e la sincerità d'intenti, Jan Beyzym decise di compiere il grande passo ed entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù il 10 dicembre 1872, scegliendo la struttura situata a Stara Wieś presso Brzozów. Durante i due anni intensi del noviziato, il giovane religioso apprese la complessa arte della vita religiosa, alternando con rigore gli esercizi spirituali prescritti dalla regola, le umili occupazioni materiali e le prime opere concrete di carità verso il prossimo. Abituato fin da piccolo a una vita austera e difficile, non soffrì in modo eccessivo la rigida disciplina della casa, pur conservando in quel periodo un tratto leggermente rude nei rapporti interpersonali. La sua anima ardente cominciava già a delinearsi chiaramente, espressa nella ferma convinzione interiore di dover lavorare instancabilmente per Dio e per il cielo, senza mai farsi superare da quanti si affaticavano unicamente per i beni materiali e passeggeri.

Il sacerdozio e l'educazione dei giovani nei collegi

Conclusi i primi anni di formazione e superati i test spirituali, Jan continuò con profitto gli studi regolari di filosofia e teologia, preparandosi con grande dedizione al ministero ordinato. Ricevette finalmente gli ordini sacri e l'ordinazione sacerdotale a Cracovia, in Polonia, il 26 luglio 1881, per le mani del Vescovo Albin Dunajewski. Subito dopo l'ordinazione, le autorità della Compagnia di Gesù decisero di impiegare le sue doti umane e intellettuali nell'ambito dell'insegnamento e della tutela della gioventù studiosa. Padre Beyzym fu così designato come prefetto degli alunni nel collegio dei Gesuiti a Tarnopol, e successivamente trasferito con il medesimo delicato incarico nel prestigioso collegio di Chyrów. All'interno di queste istituzioni scolastiche, oltre a svolgere le funzioni di vigilanza e guida morale, insegnò con competenza le lingue francese e russo ai giovani allievi.

In seguito, il sacerdote fu nominato specificamente prefetto di infermeria, una funzione che comportava una pesante responsabilità quotidiana e una vigilanza costante sulle ben dieci camerate che ospitavano gli alunni ammalati. Padre Beyzym circolava incessantemente tra i letti dei dormitori, cercando con ogni mezzo di distrarre gli ammalati e i convalescenti attraverso racconti avvincenti e giochi ingegnosi, allo scopo principale di risollevarne il morale provato dalla malattia. La sua vita personale rimaneva estremamente austera, ma veniva felicemente temperata da un umorismo sottile e geniale che conquistava i ragazzi. Si racconta che un giorno, con straordinaria empatia, riuscì a calmare un bambino che delirava preda della febbre alta, fingendosi il capitano di una nave in imminente partenza per l'America e accompagnandolo amorevolmente a letto in un'altra stanza. In quest'uomo coesistevano mirabilmente un'energia incrollabile e una dolcezza disarmante, che lo rendevano profondamente amato e rispettato da quanti vivevano al suo fianco.

La vita quotidiana e il risveglio della vocazione missionaria

La sensibilità di Padre Beyzym non si limitava ai soli alunni umani, ma trovava espressione anche nell'amore per il creato e per gli animali, che egli curava con dedizione. Amava profondamente la natura e coltivava personalmente fiori rigogliosi per adornare con cura l'altare della cappella e le stanze riservate agli ammalati. Nel suo spazio vitale trovavano posto un acquario e una gabbia con dei canarini canterini, e giunse persino a costruire personalmente una piccola gabbia in legno per i trastulli di uno scoiattolo. La vista di questi animali aiutava il religioso a elevare continuamente la mente a Dio, condividendo tale elevazione spirituale con i suoi giovani studenti. La sua priorità educativa rimaneva tuttavia la salvezza delle anime e la trasmissione della fede, sforzandosi costantemente di comunicare ai ragazzi la devozione filiale per la Vergine Maria. Ogni sua conferenza spirituale rivolta ai giovani iniziava immancabilmente con l'affermazione che la devozione alla Santissima Vergine costituisce l'aiuto più sicuro, fondamentale e necessario per ottenere la conversione, la vera santificazione e l'eterna salvezza.

Padre Beyzym conosceva alla perfezione la gioventù con tutte le sue debolezze e le sue grandi qualità nascoste, e sapeva come correggerla senza ferirla. Spesso bastava il suo sguardo triste e velato di rimprovero davanti a una qualsiasi stupidaggine per riempire immediatamente il giovane colpevole di un sincero pentimento. Completamente dedito al servizio dei fanciulli, egli sentiva tuttavia crescere progressivamente dentro di sé un bisogno ancora più radicale di amare e di sacrificarsi ulteriormente per le categorie più infelici dell'umanità. Sulle origini di questa svolta decisiva influì un episodio apparentemente casuale avvenuto nel 1890, quando in un convento di Gesuiti in Ucraina fu letto durante il pasto in refettorio un articolo informativo sulle terribili condizioni dei lebbrosi. In quell'occasione, un giovane novizio respinse con sdegno il proprio piatto di cibo, dicendo ad alta voce di stupirsi del fatto che si potessero leggere argomenti così ripugnanti proprio mentre ci si trovava a tavola. Il religioso seduto vicino a quel novizio rimase letteralmente sconvolto dalla cruda descrizione delle sofferenze patite dai malati, e ne parlò qualche anno più tardi al suo confessore Padre Beyzym, il quale ne rimase profondamente turbato e scosso nell'intimo.

La chiamata per il Madagascar e l'arrivo ad Ambahivoraka

Colto da un'ispirazione che riconobbe provenire dall'Alto, Padre Beyzym colse immediatamente quell'occasione propizia per chiedere formalmente ai suoi superiori di poter partire al servizio definitivo dei lebbrosi. Scrisse direttamente al Superiore generale della Compagnia di Gesù, dichiarando con fermezza di conoscere già la terribile natura della lebbra, di non esserne affatto spaventato e di sentirsi anzi misteriosamente attratto da quel genere di apostolato eroico. Dopo un accurato discernimento, il desiderio profondo di Padre Beyzym venne finalmente esaudito e le autorità religiose lo destinarono ufficialmente alla missione cattolica del Madagascar. Il missionario lasciò definitivamente il suo amato paese natale il 17 ottobre 1898, affrontando un lungo e faticoso viaggio per mare che lo condusse a toccare terra africana. Padre Beyzym raggiunse la città di Antananarivo il 30 dicembre 1898, pronto a iniziare la sua nuova e gravosa esistenza tra gli ultimi della terra.

Appena giunto sull'isola, a Padre Beyzym fu inizialmente affidato il lazzaretto di Ambahivoraka, una struttura situata a circa dieci chilometri a nord della città. In quel luogo desolato vivevano stabilmente centocinquanta lebbrosi costretti in condizioni più che miserabili, del tutto esclusi dal civile consorzio umano, tormentati da dolori atroci, perennemente affamati e assetati. I malati abitavano in baracche cadenti e fatiscenti, completamente prive di finestre, di pavimenti stabili e di qualsiasi oggetto elementare di prima necessità per la sopravvivenza. Durante la stagione delle piogge, a causa della mancanza di tetti integri e di ripari adeguati, i lebbrosi erano costretti a vivere letteralmente immersi nell'acqua e nell'umidità fangosa. Di fronte a tanta desolazione, Padre Beyzym pregava intensamente Dio affinché desse sollievo a quelle creature dimenticate, e non di rado piangeva in segreto sopraffatto da una pietà incontenibile. Inizialmente, per disposizione prudenziale, il sacerdote risiedeva stabilmente ad Antananarivo e si recava al lazzaretto unicamente per celebrare la Messa domenicale e per officiare i funerali, calcolati in una media di tre o quattro a settimana.

Il servizio eroico tra i malati e la miseria del lazzaretto

La situazione di abbandono materiale e morale dei malati spinse presto Padre Beyzym a chiedere e ottenere il permesso di risiedere in modo permanente e diretto in mezzo ai lebbrosi. Da quel momento, il sacerdote non temette mai di toccare con le proprie mani le piaghe purulente dei malati, vincendo ogni naturale ripugnanza attraverso la forza della fede. Per far fronte alle necessità più urgenti, Padre Beyzym iniziò a scrivere numerose lettere indirizzate ai confratelli rimasti in Europa e ad amici facoltosi, nel disperato tentativo di ottenere aiuti immediati. Nelle sue missive segnalava con forza l'assenza totale di medici, di sacerdoti stabili e di infermieri professionisti accanto a quei disgraziati. Egli svolgeva personalmente tutte le funzioni possibili all'interno del lazzaretto: fungeva da cappellano per le anime, da portalettere, da sagrestano per le funzioni, da giardiniere per ricavare qualcosa dalla terra e da medico improvvisato per medicare i corpi.

Le condizioni igieniche e di vita dei residenti erano al limite dell'immaginabile: i lebbrosi si coprivano come potevano utilizzando unicamente vecchi sacchi trovati in giro o stracci simili raccattati qua e là. L'alimentazione quotidiana consisteva fondamentalmente in un solo chilo di riso a settimana per ogni persona, rappresentando quello il limite assoluto ed estremo della pura sopravvivenza biologica. Nel lazzaretto mancavano del tutto le medicine di base e le bende pulite necessarie per coprire le ferite aperte. Oltre agli effetti devastanti della lebbra, i malati soffrivano abitualmente di sifilide grave, di scabbia dolorosa e di massicce infestazioni di pidocchi che ne debilitavano ulteriormente il fisico. I lebbrosi non potevano neppure lavarsi o provvedere a pettinarsi i capelli poiché avevano ormai perso progressivamente le dita delle mani a causa del progredire inesorabile della malattia. La situazione alimentare era tale che, come annotava amaramente il sacerdote, in caso di mal di stomaco la domanda da porre non riguardava mai cosa si fosse mangiato, bensì se per caso si fosse mangiato qualcosa e quando fosse avvenuto l'ultimo pasto.

La compassione profonda e la cura delle piaghe

Padre Beyzym provava un profondo disagio interiore al pensiero che nel mondo vi fossero persone disposte a spendere ingenti somme di denaro per semplici capricci personali, mentre nel suo lazzaretto mancava letteralmente tutto il necessario per non morire. Oltre alla miseria fisica, il missionario era profondamente tormentato dalla miseria morale in cui versavano i lebbrosi a causa del loro disperato stato materiale, che li esponeva continuamente a numerose occasioni di peccato. I bambini nati o cresciuti nel lazzaretto non avevano alcuna possibilità di imparare ad amare Dio, né sapevano persino della sua esistenza, mentre gli adulti finivano spesso per insegnare loro ad offendere il Creatore. Per questo motivo, Padre Beyzym pregava incessantemente la Vergine Maria affinché avesse pietà di loro e provvedesse alla salvezza di quelle anime perdute, convinto che tutto si sarebbe risolto non appena l'amore e la fiducia filiale nella Vergine fossero finalmente radicati nei cuori di quei poveretti. La sua prima e immediata priorità rimase comunque quella di impedire che i lebbrosi continuassero a morire letteralmente di fame.

La lunga esperienza accumulata negli anni passati come infermiere nei collegi gli fu adesso di grande aiuto per affrontare l'emergenza sanitaria quotidiana. Padre Beyzym si avvicinava senza timore agli ammalati e provvedeva personalmente a fasciare le loro piaghe sanguinanti, un gesto che suscitava l'ammirazione sbigottita dei testimoni i quali notavano come egli non provasse alcuna repulsione nel toccarle direttamente. Servire i lebbrosi richiedeva tuttavia un'abnegazione veramente eroica e una continua, ininterrotta unione e preghiera rivolta a Dio. Bisognava abituarsi rapidamente al forte puzzo della lebbra, poiché in quel luogo di dolore non vi era certo il profumo dei fiori, e la vista raccapricciante delle ferite aperte non offriva alcunché di attraente. Il missionario compieva le medicazioni all'aperto, davanti alle baracche, restando esposto al sole o alla pioggia per tre o quattro ore consecutive ogni giorno. Al termine di quel duro lavoro, dopo essersi accuratamente lavato e disinfettato con il fenolo, i suoi stessi abiti continuavano a emanare un forte cattivo odore.

L'imitazione di Cristo servo e i frutti spirituali

Negli inizi del suo servizio, Padre Beyzym confessava candidamente di non riuscire a sopportare la vista delle ferite più gravi e che talvolta capitava persino che svenisse dopo aver osservato una piaga particolarmente ripugnante. Con il passare del tempo e l'esercizio costante della carità, il suo sguardo cambiò radicalmente, al punto da riuscire a contemplare le piaghe dei suoi ammalati senza subire alcuna impressione negativa. Egli continuava a toccare le ferite curandole con dedizione o amministrando amorevolmente il sacramento dell'Estrema Unzione con l'olio santo. Nel compiere questi gesti di profonda umiltà, Padre Beyzym provava un sentimento intenso nel cuore, arrivando ad affermare di preferire di gran lunga avere tutte quelle piaghe sul proprio corpo piuttosto che vederle sofferte dai suoi poveri malati. In questo modo così concreto, egli imitava fedelmente Cristo che lava i piedi ai suoi discepoli, facendosi autentico servo di tutti. Questa dedizione si inserisce perfettamente in quella visione del servizio che Papa Giovanni Paolo II ha descritto nei suoi scritti, ricordando che nella Storia Sacra il servo viene chiamato direttamente da Dio per realizzare un'opera fondamentale di salvezza e di redenzione universale. Il Pontefice ha affermato che servire rappresenta una vocazione del tutto naturale per l'essere umano, poiché ciascuno di noi ha costantemente bisogno dell'aiuto altrui, e costituisce una splendida manifestazione di libertà dai propri interessi egoistici e di autentica responsabilità verso il prossimo.

La straordinaria carità dimostrata da Padre Beyzym produceva frutti spirituali sorprendenti, suscitando una totale e incondizionata fiducia nelle sue parole riguardanti Dio, la vita eterna e l'insegnamento di Gesù Cristo. Nel giro di pochi mesi dall'inizio della sua missione costante, un numero sempre maggiore di lebbrosi cominciò a chiedere e a ricevere con gioia il Sacramento del Battesimo. Il missionario nutriva una profonda e ir contenibile gratitudine per la Santissima Vergine, riconoscendo che la sua continua protezione gli permetteva di essere strumento utile nelle mani di Dio per quei derelitti. Riconosceva anche umilmente di possedere una conoscenza ancora rudimentale della lingua malgascia e di mancare di troppi vocaboli per esprimere compiutamente i concetti teologici. Per ovviare a questo limite, nel 1901 decise di trascorrere due mesi interi in una sede vicina allo scopo di perfezionarsi nello studio della lingua locale. Durante quel periodo di intenso studio linguistico, il sacerdote tornava al lazzaretto unicamente la domenica per poter celebrare la Santa Messa domenicale per i suoi fedeli.

I ritiri spirituali e la nostalgia della patria

I notevoli progressi compiuti nella conoscenza della lingua malgascia permisero ben presto a Padre Beyzym di organizzare il primo vero ritiro spirituale destinato specificamente ai lebbrosi. Quel percorso di fede durava tre giorni consecutivi e seguiva rigorosamente il classico metodo di sant'Ignazio di Loyola, comprendendo ogni giorno ben tre conferenze spirituali, momenti prolungati di esame di coscienza, la celebrazione delle confessioni e la distribuzione della Comunione. Durante lo svolgimento di quei ritiri, regnava tra i lebbrosi un silenzio e un raccoglimento così profondi che venivano definiti dagli osservatori esterni come degni dei partecipanti più civilizzati del mondo occidentale. Padre Beyzym non mancava di ringraziare la Vergine Maria nel constatare con gioia che la maggior parte dei suoi ammalati avrebbe vissuto e sarebbe morta da veri e propri cristiani cattolici. Un segno tangibile di questa grazia fu che, durante tutti i quattordici anni complessivi del suo intenso apostolato missionario in Madagascar, nessun lebbroso morì mai senza aver prima ricevuto il conforto del Sacramento degli ammalati. Le sofferenze personali patite dal missionario rivestivano d'altronde un'importanza fondamentale nella fecondità spirituale della sua opera.

Oltre alle difficoltà quotidiane legate alla gestione del lazzaretto, Padre Beyzym provava frequentemente una profonda e dolorosa nostalgia per il suo paese natale e per le sue radici culturali. In diverse lettere inviate ai suoi ex confratelli rimasti in Polonia, confidava apertamente di soffrire molto per la grande lontananza dalla patria, dalla casa religiosa e dall'infermeria in cui aveva operato in gioventù. Queste prove umane si inserivano perfettamente in quella teologia della croce che Papa Giovanni Paolo II ha evidenziato parlando dello stretto legame esistente nella Sacra Scrittura tra il servizio offerto agli altri e la redenzione, nonché tra il servizio stesso e la sofferenza redentrice. Nelle scritture profetiche, e in particolare nel libro del profeta Isaia, il Messia atteso è descritto proprio come il Servo sofferente e come l'Agnello condotto silenziosamente al macello. Il Servo assume volontariamente su di sé il pesante fardello del peccato umano per pagare interamente il prezzo delle colpe commesse dall'intera umanità, rispondendo sempre al male ricevuto con il compimento del bene e mostrando la forza straordinaria di chi non replica alla violenza con altra violenza. La dolce energia interiore del vero servo trova la sua unica fonte di forza in Dio, rendendolo autentica luce delle nazioni e luminoso artefice di salvezza per i popoli della terra.

Il progetto dell'ospedale e il trasferimento a Marana

Nonostante gli sforzi quotidiani prodigati senza risparmio da Padre Beyzym, le cure mediche che era possibile somministrare nelle vecchie baracche rimanevano drammaticamente insufficienti a causa della totale inadeguatezza delle strutture. Per questo motivo, il missionario concepì il grande e ambizioso progetto di costruire un ospedale moderno e adeguato alle reali necessità igieniche dei malati. I Superiori religiosi approvarono il progetto di massima, ponendo tuttavia la condizione essenziale che Padre Beyzym trovasse autonomamente tutti i fondi necessari per la sua realizzazione. Il missionario si attivò immediatamente, inviando lettere in ogni direzione geografica allo scopo di raccogliere offerte e sovvenzioni economiche. Alcune tra le lettere più toccanti scritte da Padre Beyzym vennero persino pubblicate regolarmente dal bollettino polacco intitolato 'Missioni cattoliche', suscitando una vasta eco di solidarietà in Europa. Le offerte in denaro per la costruzione dell'ospedale giunsero costantemente per parecchi anni, alimentate dalla generosità dei connazionali in patria e degli emigrati all'estero.

Superando immense difficoltà logistiche e burocratiche grazie a una ferma e incrollabile fiducia nella Divina Provvidenza, Padre Beyzym riuscì finalmente a trovare un terreno adatto allo scopo nella località di Marana. Il terreno individuato si trovava nei pressi della città di Fianarantsoa, in una posizione geografica isolata ma particolarmente salubre, sebbene distasse circa quattrocento chilometri dal luogo in cui risiedeva abitualmente. Proprio mentre si dedicava a questi preparativi, una grande e dolorosa prova colpì Padre Beyzym, costringendolo improvvisamente ad abbandonare i suoi amati lebbrosi di Ambahivoraka. Il missionario riuscì con fatica a ottenere un posto di ricovero alternativo per i suoi assistiti presso un ospizio governativo locale, pur provando un profondo timore per il grave pericolo morale a cui i lebbrosi, e in particolare i bambini, sarebbero stati inevitabilmente esposti all'interno di quella struttura ufficiale. L'ospizio statale ospitava infatti ben settecento lebbrosi prelevati dalla feccia della società, rinchiusi a forza all'interno della struttura e sorvegliati giorno e notte dalla polizia armata. Impotente di fronte a quella dolorosa imposizione burocratica, Padre Beyzym raccomandò tutti i suoi lebbrosi alla protezione della Madre Celeste, piangendo amaramente come un bambino.

La fondazione dell'ospedale e l'accoglienza dei nuovi protetti

La partenza di Padre Beyzym da Ambahivoraka avvenne in un clima di profonda sofferenza interiore e di rimpianto per il distacco dai suoi figli spirituali. Il missionario arrivò a destinazione nella nuova sede nell'ottobre del 1902, e non appena giunto sul posto si rimise immediatamente all'opera, occupandosi contemporaneamente di un nuovo e diverso gruppo di lebbrosi che necessitavano di assistenza. Un giorno, mentre si trovava nel nuovo insediamento, una donna e due uomini lebbrosi, completamente spossati da una lunghissima e faticosa marcia a piedi, si presentarono per chiedere di poterlo incontrare. Padre Beyzym chiese loro da dove provenissero e li invitò cortesemente a farsi visitare prima dal medico della città di Fianarantsoa, per poi tornare muniti del regolare certificato sanitario prescritto per poter essere ricevuti. La donna, guardandolo negli occhi con dolcezza, fece notare al missionario che egli sembrava non riconoscerli affatto dopo tanto tempo. Padre Beyzym ammise sinceramente di non essere in grado di riconoscerli, a causa dei due lunghi anni trascorsi senza vederli, del loro aspetto esteriore estremamente miserabile e della loro del tutto inaspettata capacità di compiere un viaggio così lungo e faticoso. Subito dopo aver compreso la verità, il missionario provò un forte batticuore e una gioia immensa per l'arrivo miracoloso dei suoi protetti.

Dopo aver concesso loro alcuni giorni di meritato riposo per riprendere le forze, la donna volle confessarsi e fare la Santa Comunione con commossa devozione. Padre Beyzym fornì alla donna tutto il denaro e i beni necessari per affrontare il viaggio di ritorno, la benedisse affettuosamente e la mandò a chiamare il resto dei suoi ex ammalati rimasti indietro. Poche settimane dopo quella visita, gli ex ammalati di Ambahivoraka arrivarono a Marana l'uno dopo l'altro, affrontando la strada con la speranza nel cuore. Padre Beyzym accolse tutti i nuovi arrivati con la stessa tenerezza e premura che avrebbe riservato ai suoi parenti più stretti e cari. Durante l'iter di realizzazione della sua grande opera, il sacerdote ricevette anche numerose prove contrarie che egli definiva affettuosamente come piccole schegge della Croce di Gesù. Alcuni contestatori, infatti, consideravano i progetti edilizi del sacerdote decisamente troppo audaci e irrealizzabili per le risorse disponibili. Le obiezioni sollevate da terzi finirono per impressionare anche il vescovo locale, il quale esitava comprensibilmente a concedere le autorizzazioni ecclesiastiche necessarie. Nelle sfere governative si discuteva inoltre apertamente la possibile laicizzazione di tutti gli ospizi della regione, minacciando il lavoro missionario.

L'apertura dell'ospedale di Marana e gli ultimi anni

Soltanto grazie alla ferma fiducia nella protezione di Maria, invocata con il titolo di Consolatrice degli afflitti, Padre Beyzym riuscì a resistere a tutte le pressioni e alle avversità. La recita quotidiana della preghiera di sant'Ignazio, ripetuta più volte nel corso della giornata, offriva al missionario il sostegno spirituale indispensabile per andare avanti. Nel corso del 1911, l'ospedale aprì finalmente le sue porte ai malati, coronando anni di sacrifici indicibili. Lo stesso Padre Beyzym scrisse in seguito che quella grande struttura ospedaliera non poteva essere considerata una semplice opera umana, bensì era stata fondata e curata direttamente dall'Immacolata in persona. L'ingresso all'interno del nuovo ospedale generò inizialmente un profondo smarrimento e un visibile disorientamento nei lebbrosi, abituati da sempre alla miseria delle baracche. I malati si trovarono all'improvviso immersi in una realtà mai vista: alloggi puliti dotati di soffitto e pavimento in legno, letti regolari completi di lenzuola pulite, tavoli provvisti di cassetti, un'immagine sacra della Vergine appesa alle pareti, un numero identificativo personale per ciascuno, oltre a scodelle, bicchieri e lampade funzionanti. I lebbrosi stentavano letteralmente a credere ai propri occhi, mostrando una commovente ingenuità che rivelava chiaramente il loro basso livello di civilizzazione precedente.

Al primo suono della campana che annunciava l'ora della cena, i lebbrosi si recavano ordinatamente nel refettorio senza sapere bene cosa fare di fronte a tanta grazia. Un giorno, un lebbroso aprì un rubinetto dell'acqua e, spaventato dalla forte pressione del getto che ne uscì, lo lasciò incautamente aperto fuggendo via a gambe levate e gridando aiuto. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, il nuovo regolamento interno fu assimilato da tutti e la grande casa finì per assomigliare più a un convento silenzioso che a un ospedale per emarginati. All'interno della struttura venivano osservate con precisione la separazione rigorosa tra gli uomini e le donne e i momenti prescritti di silenzio. Nel nuovo ospedale non si registrarono più litigi, e le eventuali parole mordaci o scortesi venivano immediatamente pacificate dalla carità reciproca. Ciascuno lavorava per quanto le proprie condizioni di salute glielo consentivano, e momenti di canto e di serena allegria erano ormai all'ordine del giorno. Quasi la totalità dei residenti partecipava quotidianamente alla Santa Comunione, trasformando l'istituzione in quello che Padre Beyzym amava definire un autentico isolotto di fede in mezzo al vasto flusso di peccato del mondo intero. Il nuovo ospedale era dotato di tutti gli impianti sanitari moderni necessari e poteva ospitare esattamente centocinquanta letti per i sofferenti. La struttura fu ufficialmente dedicata a Nostra Signora di Częstochowa, e quell'ospedale esiste ancora oggi in Madagascar, continuando a diffondere l'amore e la speranza che ne avevano motivato la nascita per mano del santo gesuita.

Il desiderio per Sachalin e il pio transito

Esteriormente, la figura di Padre Beyzym appariva ormai legata in modo indissolubile e definitivo al campo d'apostolato tra i lebbrosi del Madagascar, ma il suo cuore continuava ad ardere di zelo missionario. Nel suo animo persisteva un'angoscia profonda per la salvezza eterna di tutte le anime, un sentimento che lo spingeva costantemente a pensare ad altri poveri ancora più abbandonati. Il suo pensiero andava in particolare ai condannati ai lavori forzati che venivano radunati sulla remota e fredda isola di Sachalin, situata nell'Estremo Oriente russo, completamente trascurati dal punto di vista spirituale e religioso. Padre Beyzym scrisse nuovamente al suo Superiore generale, esprimendo quella che era ormai diventata una vera e propria ossessione e un pensiero costante per Sachalin e per le sofferenze atroci patite da quegli infelici confinati. Sosteneva con forza nella lettera che si sarebbero potuti probabilmente soccorrere quegli sventurati, offrendo loro la luce del Vangelo prima della morte. In attesa di ricevere decisioni ufficiali riguardo a questo ipotetico nuovo apostolato estremo, Padre Beyzym intensificò ulteriormente la catechesi quotidiana e l'organizzazione dei ritiri spirituali per i suoi malati. Egli nutriva una sensibilità straordinaria e delicatissima per l'onore che si doveva rendere a Gesù presente nell'Eucaristia, al punto da dedicare tempo e risorse per indorare personalmente l'altare e il tabernacolo della cappella dell'ospedale.

Nel corso del tempo, tuttavia, la sua salute fisica cominciò a mostrare inevitabili segni di cedimento sotto il peso degli anni e delle fatiche sovrumane. Il missionario soffriva da tempo di una grave forma di arteriosclerosi, e il suo corpo generoso era ormai interamente coperto di piaghe dovute alla vicinanza costante con i malati. Un giorno, sopraffatto da dolori violenti e insostenibili, fu costretto per la prima volta a mettersi definitivamente a letto, incapace di reggersi in piedi. Un confratello sacerdote, che si era a sua volta contagiato contraendo la lebbra mentre prestava servizio amorevole ai malati e che sarebbe morto tragicamente nove giorni dopo, si recò al suo capezzale per amministrargli gli ultimi e confortanti Sacramenti della Chiesa. Padre Beyzym morì serenamente, esalando l'ultimo respiro il 2 ottobre 1912, circondato da un alone diffuso di eroismo e di santità autentica. La causa clinica probabile della sua morte fu individuata nella totale spossatezza organica e non direttamente nella lebbra, sebbene il suo corpo portasse i segni evidenti della dedizione totale. La morte terrena gli impedì materialmente di realizzare il suo ultimo desiderio nascosto di partire alla volta di Sachalin per il lavoro missionario tra i forzati, ma la sua missione terrena era ormai compiuta nella pienezza dell'amore.

La beatificazione e l'eredità spirituale

Il riconoscimento ufficiale della santità di Padre Beyzym trovò il suo momento culminante il 18 agosto 2002, quando Papa Giovanni Paolo II presiedette solennemente l'omelia della sua beatificazione. Durante quella celebrazione memorabile, il Santo Padre ricordò che il Beato Jan Beyzym fu un insigne gesuita e un grande missionario della carità cristiana. Egli era stato condotto sulla lontana isola del Madagascar dall'unico, bruciante desiderio di portare la misericordia divina ai più indigenti e dimenticati della terra. In quella terra di missione, unicamente per amore di Cristo, aveva consacrato e speso interamente la propria vita a favore dei lebbrosi, inserendo la sua opera pia nella missione fondamentale della Chiesa di portare il Vangelo a chi ancora non lo conosce. Giovanni Paolo II evidenziò con forza in quell'occasione la necessità urgente di una rinnovata 'immaginazione della carità' per soccorrere efficacemente chi si trova nel bisogno, definendo tutti i fedeli, sulle orme luminose del Beato Jan Beyzym, chiamati a essere autentici missionari della misericordia di Dio nel mondo contemporaneo.

Il Martirologio Romano colloca ufficialmente la sua fervida attività pastorale e caritativa nella località di Fianarantsoa, in Madagascar, ricordando il suo appartenere alla Compagnia di Gesù. Jan Beyzym svolse in tutta l'estensione dell'isola malgascia una fervida e infaticabile attività a favore dei lebbrosi, servendoli instancabilmente sia nel corpo che nello spirito con uno zelo animato da una carità senza limiti. La figura di questo umile sacerdote continua a vivere nella memoria della Chiesa come modello fulgido di dedizione totale agli ultimi. L'ospedale da lui fondato a Marana continua a operare nel tempo, diffondendo quell'amore operoso e quella speranza cristiana che ne avevano motivato la difficile nascita. La vita del Servo dei lebbrosi resta così caratterizzata in modo indelebile da una fede viva e operosa, da uno spiccato senso della giustizia sociale, da un amore filiale e tenerissimo verso la Madre di Dio, da uno zelo apostolico senza confini e da una premura autenticamente samaritana che ha cambiato il volto della carità missionaria moderna.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia il Beato Juan Beyzym?

La sua memoria liturgica si celebra il 2 ottobre.

Di cosa è patrono il Beato Juan Beyzym?

I fatti forniti non menzionano specifici patronati ufficiali.

En Fianarantsoa, en Madagascar, beato Juan Beyzym, sacerdote de la Compañía de Jesús, que desarrolló en toda la isla una ferviente actividad por los leprosos, a quienes sirvió en el cuerpo y en el espíritu con gran celo de caridad. — Martirologio Romano