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6 de agosto

Beato Mateo (Serafini) de Bascio

Iniciador de los Capuchinos

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origini e giovinezza nel Montefeltro

Matteo nacque intorno al 1495 nel Montefeltro, nei pressi del castello di Bascio, situato oggi nel comune di Pennabilli, in provincia di Pesaro. Il suo nome completo o d'origine era Matteo Serafini, sebbene tutti lo conoscessero come Matteo da Bascio. Il padre di Matteo si chiamava Paolo, e il suo nome compare in un documento cinquecentesco senza indicazione del cognome. La madre si chiamava Francesca Clavari e proveniva dalla Castellaccia di Carpegna. I genitori ebbero almeno altri due figli, Persia e Giovanni Antonio, mentre i cronisti cappuccini del sedicesimo secolo descrivono la famiglia come composta da umili contadini. L'appartenenza della famiglia alla casata dei Serafini fu asserita solo nel Novecento senza citare fonti documentarie. Matteo aveva inoltre un nipote di nome Gian Battista, figlio del fratello Giovanni Antonio, il quale faceva il romito e fu coinvolto nel 1553 in un processo per furto a Bologna. Intorno al 1515, Matteo entrò tra i francescani osservanti nel convento di Montefiorentino, presso Frontino. In quel luogo apprese i primi rudimenti di grammatica e teologia e ricevette l'ordinazione sacerdotale.

La vocazione alla povertà e l'incontro con Clemente Settimo

Secondo i principali cronisti cappuccini, Matteo si impegnò subito nell'evangelizzazione dei borghi del Montefeltro, distinguendosi per una predicazione dal tono apocalittico e penitenziale che lo rese noto in tutta la zona. Il frate riproponeva con forza il rispetto rigoroso della regola francescana e si lamentava frequentemente della mancata osservanza da parte dei confratelli del convento di Montefalcone Appennino, nei pressi di Fermo, dove si era trasferito. Nel gennaio del 1525, a causa di una crescente insoddisfazione e irrequietezza, decise di abbandonare il suo convento. Si recò quindi a Roma per chiedere a papa Clemente Settimo il permesso di seguire l'esempio di san Francesco nella vita di povertà e nella predicazione itinerante. Ottenne l'autorizzazione grazie all'intermediazione di un imprecisato gentiluomo vicino agli ambienti curiali e della duchessa di Camerino Caterina Cibo, che era nipote del papa. Il pontefice gli concesse di condurre una vita eremitica fuori dai conventi seguendo alla lettera la regola di san Francesco, permettendogli anche di predicare senza fissa dimora e di indossare un nuovo abito con un cappuccio aguzzo cucito alla tunica, privo di lunetta e di scapolare. L'unico obbligo imposto al frate fu quello di presentarsi annualmente al capitolo davanti al ministro provinciale degli osservanti in segno di obbedienza.

Gli arresti, i conflitti e la nascita degli Eremiti Minori

Nell'ultima settimana di aprile del 1525, i francescani osservanti della provincia della Marca tennero il capitolo a Jesi, e Matteo si recò sul posto per compiere l'atto di sottomissione prescritto dal papa. A Jesi fu tuttavia arrestato come apostata per volontà del ministro provinciale Giovanni Pili da Fano e fu imprigionato nel convento di Forano. Riusci a tornare libero grazie all'intervento di Caterina Cibo e riprese la predicazione itinerante. Nell'estate del 1525 si recò all'eremo di San Giacomo, vicino a Matelica, dove incontrò l'osservante Francesco da Cartoceto e il giovane terziario Pacifico da Fano, entrambi favorevoli al ritorno alla regola primitiva. Nell'autunno dello stesso anno, altri due frati osservanti, i fratelli Ludovico e Raffaele Tenaglia da Fossombrone, lasciarono l'Ordine per unirsi a Matteo. Il gruppo si rifugiò a Cingoli, nell'eremo di San Angelo di Monte Acuto, con l'obiettivo di dare vita a una casa di recollezione sotto la giurisdizione dei francescani conventuali. Nei mesi successivi altri confratelli raggiunsero l'eremo, che era di proprietà comunale. Il 24 febbraio 1526 il Consiglio di Cingoli emise una delibera in cui la Comunità si impegnava all'unanimità a proteggere gli eremiti dalle molestie degli osservanti. L'otto marzo successivo, Clemente Settimo emanò un breve con cui ordinava a Matteo e ai fratelli Tenaglia di rientrare nell'Osservanza, dichiarandoli apostati e scomunicati, con la previsione dell'uso del braccio secolare. I tre evitarono il carcere conventuale dandosi alla fuga. Ludovico e Raffaele Tenaglia trovarono asilo presso la Congregazione camaldolese degli eremiti di Monte Corona, ricevuti da Paolo Giustiniani che li protesse. Ludovico, ancora gravato da scomunica, si diresse a Roma e, con l'appoggio di Caterina Cibo, ottenne il diciotto maggio 1526 un'autorizzazione dalla Penitenzieria apostolica che permetteva a lui, al fratello e a Matteo di condurre vita eremitica nella piena osservanza della regola francescana, ricevendo elemosine e sottostando al vescovo della diocesi di residenza.

Fabriano, il primo capitolo e la separazione dagli eremiti

Matteo si separò dai due fratelli Tenaglia per rifugiarsi presso Cerreto d'Esi, dove visse fino al 1528 nella chiesa di San Martino insieme con Paolo Barbieri da Chioggia. Una lettera dell'undici agosto 1582 di Vincenzo Lori riportava lontane testimonianze dei contadini del luogo, secondo cui Paolo stette nella chiesa più assiduamente poiché Matteo era più vagabondo. Entrambi celebrarono la messa e predicarono più volte nel castello di Vincenzo Lori, mentre una tradizione riferita dai cronisti di San Severino ricorda la sua dimora presso la chiesa di San Maria delle Vergini in via della Pinturetta. Nel 1527 Matteo e Paolo da Chioggia si distinsero per l'assistenza agli appestati nel territorio di Fabriano. Nel febbraio del 1528 Matteo si trovava certamente a Fabriano per assistere i malati, e una delibera comunale lo autorizzava a servire un pasto agli affamati. La sua fama di predicatore e uomo integerrimo si diffuse nel Montefeltro, e un atto ufficiale del due ottobre 1529 lo definiva vir Dei devotissimus. Matteo aveva inoltre indotto le autorità di Fabriano a proibire il gioco delle carte e a promulgare una legge contro i fabbricanti di carte per placare l'ira di Dio. Il tre luglio 1528 i fratelli Tenaglia ottennero la bolla Religionis zelus, che riconobbe la nuova Congregazione dei frati eremiti minori di San Francesco sotto i conventuali. Matteo non fu nominato nella bolla perché non intendeva fondare una nuova famiglia religiosa. Nel primo capitolo della Congregazione ad Albacina nell'aprile del 1529, Matteo fu eletto fra i quattro definitori generali e scelto per acclamazione come primo superiore generale, nonostante la sua riluttanza. Ritenendosi inadeguato, si dimise presto per riprendere la vita peripatetica. Matteo rimase comunque fra gli eremiti francescani fino al 1536.

La crisi istituzionale e l'abbandono dell'Ordine

Nel 1536 si consumò la crisi di Ludovico da Fossombrone, caduto in disgrazia presso papa Paolo Terzo insieme a Caterina Cibo. Quest'ultima fu sostituita da Vittoria Colonna come protettrice informale ma determinante dell'Ordine, la quale era ostile a Ludovico. Nell'agosto del 1536 Vittoria Colonna scrisse al cardinale Gasparo Contarini elogiando Matteo come santissimo huomo che cominciò questa riforma. Il venticinque agosto 1536 papa Paolo Terzo approvò con la bolla Exponi nobis l'elezione a vicario generale di Bernardino d'Asti, trasferendo a lui e ai suoi successori i contenuti della bolla Religionis zelus. Tale rivolgimento portò all'allontanamento di Ludovico da Fossombrone e a un cambiamento dell'ispirazione della Congregazione, iniziato nel 1534 con l'ingresso di frati dell'Osservanza come Bernardino Ochino e Giovanni Pili da Fano, i quali promossero maggiore impegno negli studi e nella predicazione rispetto all'impostazione eremitico-contemplativa originaria. Nel dicembre del 1536 Ludovico abbandonò l'Ordine, e pochi giorni dopo lo fece anche Matteo, essendo sempre stato restio alla vita comunitaria. Una lettera obbidenziale del ministro generale degli osservanti Vincenzo Lunel del quindici maggio 1536 sosterrebbe che Matteo uscì dagli eremiti prima e autonomamente da Ludovico, sebbene l'autenticità di tale documento sia tuttora discussa. L'allontanamento volontario fu probabilmente causato anche dal tentativo di Bernardino d'Asti di limitarne la libertà di predicazione. In quel periodo Matteo aveva destato scandalo inveendo contro cardinali e prelati fuori dalla basilica di San Pietro, gridando ad alta voce all'inferno i superbi, gli ambitiosi e i vitiosi. Dopo la sua uscita dagli eremiti francescani, iniziò un secondo periodo della vita di Matteo caratterizzato da scarse notizie e da una vita itinerante di predicatore penitenziale, riluttante a ogni disciplina istituzionale.

La predicazione itinerante e l'opera di fondazione

A partire dal 1536 Matteo iniziò un'incessante attività di predicazione parenetica con caratteri profetico-penitenziali che si svolse in tutta la penisola italiana. I luoghi della sua predicazione compresero il Montefeltro, Manfredonia, Ferrara, Mantova, Roma e Venezia, dove risiedette certamente nel 1538 e nel 1542. Egli usava semplici frasi ritmate per farsi comprendere dagli illetterati, faceva cantare canzonette devote, predicava il crocifisso e concludeva le sue orazioni gridando all'inferno i peccatori, rifiutando ogni retribuzione per il suo ministero. A Città di Castello alcuni giovani arrivarono a gettarlo nel Tevere per averne contestato i rimproveri. Montegiano da Pesaro scrisse un opuscoletto sui toni apocalittici di Matteo, pubblicato nel 1552 dopo la sua morte, che costituisce una requisitoria contro vari vizi e categorie professionali, elencando donne vanitose, ipocriti, ubriachi, potenti, avvocati, notai, medici, mercanti e artigiani. Un testimone ricordò inoltre durante un'inchiesta sui miracoli che Matteo si recò in Germania nel biennio 1546-1547 al seguito delle truppe pontificie comandate da Ottavio Farnese per prestare assistenza spirituale contro i protestanti della Lega di Smalcalda. All'interno della storiografia cappuccina, i cronisti impegnati dal 1543 a ridefinire le origini del proprio Ordine cercarono un nuovo padre fondatore nella figura di Matteo, presentandolo con forte coloritura agiografica come antesignano della riforma. Paolo Morigia attribuì per primo a Matteo il titolo di fondatore in un testo a stampa nel 1569. Marco da Lisbona seguì nel 1570 nell'attribuire a Matteo il titolo di fondatore. Pietro Ridolfi da Tossignano attribuì a Matteo il titolo di fondatore nel 1586. Giuseppe Zarlino contestò il titolo di fondatore nel 1579, e analogamente fecero Mario da Mercato Saraceno e Bernardino da Colpetrazzo nei loro manoscritti pubblicati nel Novecento.

Gli episodi veneziani, le leggende e la morte

Durante i suoi soggiorni a Venezia, la condotta di Matteo fu segnata da episodi singolari e da un atteggiamento irriducibile. Un giorno entrò a Palazzo Ducale con una lanterna durante un processo, e al giudice che gli chiedeva cosa stesse facendo rispose che cercava la giustizia che sempre manca in quei processi. Questa intemerata costò al frate il bando per due anni a Chioggia, e al suo ritorno diede ancora in escandescenze per questioni di giustizia, evitando guai peggiori solo grazie all'intercessione dell'amico Sebastiano Venier. Tra i prodigi attribuiti alla sua figura si ricordano il miracolo del Ponte dell'Angelo, le profezie, la risurrezione di operai caduti dalle impalcature e l'episodio del 1552 nel villaggio di Ca' Soranzo. In quell'occasione, invitato da un membro della casata che aveva accumulato ricchezze a scapito della povera gente, Matteo vide per grazia divina che sotto la pelliccia di una scimmietta addomesticata si celava il demonio. La scimmietta iniziò a parlare dicendo di voler appropriarsi dell'anima del padrone di casa, ma il cappuccino ingiunse al maligno di lasciare la casa e di fare un foro sul muro come testimonianza eterna. Ancora oggi sulla facciata di Ca' Soranzo un grande angelo di pietra fa guardia al foro del demonio, avendo dato il nome alla contrada detta dell'Anzolo. Verso la fine del luglio 1552 Matteo fu colpito da una grave infermità a Venezia e morì il 6 agosto 1552 mentre riposava in un angolo del campanile della chiesa di San Moisè, offertogli dal parroco per trascorrervi la notte. Inizialmente tumulato in una sepoltura comune, il suo corpo fu riesumato il 3 ottobre 1552 e trasferito nella chiesa degli Osservanti di San Francesco della Vigna, dove i fedeli cominciarono a venerarlo come santo. Il nove ottobre i francescani locali iniziarono un'inchiesta sui presunti miracoli avvenuti intorno al sepolcro, ma l'opposizione del nunzio pontificio Ludovico Beccadelli, degli ambienti inquisitoriali romani e dell'informatore laico Girolamo Muzio pregiudicò il successo della canonizzazione. La riforma cappuccina rimase così senza un santo fondatore, e Matteo resta l'unico fondatore dei maggiori ordini religiosi a non essere mai diventato santo.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia il Beato Mateo de Bascio?

La ricorrenza del Beato Mateo de Bascio si celebra il 6 agosto, giorno della sua morte avvenuta a Venezia nel 1552.

Qual è il ruolo storico del Beato Mateo de Bascio?

Il Beato Mateo de Bascio è ricordato come l'iniziatore dell'Ordine dei frati Cappuccini, nato per ristabilire lo spirito originario e la rigorosa povertà della regola di san Francesco d'Assisi.