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10 de mayo

San Job

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origine, prosperità e vita familiare

San Job visse nel paese di Hus, una regione che moltissimi autori identificano con i territori posti tra l'Idumea e l'Arabia settentrionale. Tutto fa credere che egli non appartenesse al popolo ebreo, pur emergendo nettamente per la sua condotta morale. Era infatti un uomo intemerato nei costumi, retto, timorato di Dio e alieno da ogni male. La sua prosperità materiale non aveva eguali, poiché era riconosciuto come l'uomo più facoltoso di tutti gli Orientali. Possedeva una immensa ricchezza fatta di cammelli, buoi, asini e schiavi in grandissima quantità. Alla benedizione della ricchezza si univa quella della famiglia, poiché ebbe sette figli e tre figlie. La sua dedizione spirituale si manifestava anche all'interno della mura domestiche, dove esercitava funzioni sacerdotali offrendo ogni sette giorni sacrifici per ciascuno dei suoi figli.

La prova, la sofferenza e il dialogo sul dolore

La vita di san Job fu improvvisamente sconvolta da una lunga serie di disgrazie che lo privarono in brevissimo tempo di ogni suo avere e dei figli amatissimi. Davanti alla perdita delle cose e delle persone più care, egli pronunciò parole di profonda rassegnazione dicendo che Iahweh ha dato e Iahweh ha tolto e benedicendo il suo nome. Subito dopo fu colpito da una ributtante malattia che lo ridusse interamente una piaga. Neppure davanti allo scherno e alla derisione della moglie egli perse la sua calma. Cacciato dalla propria abitazione, fu costretto a passare i suoi giorni in mezzo a un letamaio. Informati della sventura, tre amici accorsero da lontano per confortarlo. Il libro biblico introduce a questo punto un lunghissimo dialogo che discute l'origine del dolore nel mondo partendo proprio dal caso concreto del protagonista. La trattazione tocca oggetti nobili della conoscenza e della coscienza umana come Dio, l'uomo, la giustizia, l'ingiustizia, la felicità, la sventura, il destino e il senso della vita. Gli interlocutori del dialogo sono san Job e i suoi tre amici, che portano i nomi di Eliphaz il Themanita, Baldad il Suhita e Saphar il Naamatita. Nella seconda parte del dialogo interviene anche un certo Eliu, mentre alla fine interviene Dio medesimo che si rivela in una mirabile teofania. San Job prende per primo la parola in un monologo drammatico in cui sfoga il proprio dolore maledicendo il giorno della sua nascita. Egli si chiede perché mai all'uomo venga data la vita quando poi è condannato a essere infelice. San Job ignora che la sua è una prova voluta da Satana e permessa da Dio. Egli sente il problema del dolore con grande angoscia pur conservando una piena fiducia in Dio. La discussione risente della simmetria voluta dall'autore con otto interventi dei tre interlocutori a cui corrispondono otto interventi del protagonista. Questo procedimento permette di far risaltare l'innocenza di san Job e la sua santità. Il principio della teologia tradizionale dell'antico Israele su cui si basano i tre amici è che Dio premia i buoni e punisce i cattivi con il dolore e le calamità. I tre amici fanno così intendere a san Job che alla radice delle sue disgrazie vi sia qualche grave peccato o delitto occulto. San Job dimostra invece con l'esperienza dei fatti che spesso l'empio è felice mentre il pio è sventurato. Di fronte all'inutilità delle sue argomentazioni, egli protesta la propria innocenza, implora la pietà degli amici e si appella al giusto giudizio di Dio. Il quarto interlocutore Eliu prospetta una nuova soluzione facendo vedere che il dolore serve anche a prevenire il peccato o a purificare l'uomo. Dio fa infine sentire la sua parola ammonitrice dall'alto di una nube. A san Job non resta che umiliarsi davanti all'infruttabile sapienza di Dio gettandosi sulla polvere e sulla cenere. I tre amici vengono condannati a offrire un sacrificio di espiazione per il loro ingiusto e crudele comportamento, mentre san Job viene solennemente proclamato innocente.

Il ristoro e la memoria antica

San Job viene restituito alla sua antica felicità nel godimento di beni due volte superiori a quelli precedenti. La vita di san Job successiva alla prova è sintetizzata nel libro sacro in pochi versetti. San Job riebbe i suoi armenti dopo la prova e generò di nuovo sette figli e tre figlie. Egli visse ancora per altri centoquarant'anni, potendo vedere i suoi discendenti fino alla quarta generazione, e morì vecchio e pieno di giorni. La laconicità del testo biblico fu presto integrata con amplificazioni e aggiunte. La versione greca dei Settanta e il Testamento di Giobbe contengono aggiunte sulla vita di san Job. Il Testamento di Giobbe è un apocrifo giudeo risalente probabilmente al secondo secolo dopo Cristo, il quale riporta i nomi dei figli di san Job, riferisce i suoi discorsi e ne descrive poeticamente la morte. La tradizione cristiana preferì tuttavia attenersi alla figura biblica originaria di san Job. San Job è considerato dalla tradizione cristiana modello di santità e spesso viene ritenuto tipo del Cristo sofferente. I Padri antichi chiamano generalmente san Job con l'appellativo di profeta, mentre alcuni lo definiscono martire a causa delle sue numerose sofferenze. San Clemente Romano, san Cipriano e Tertulliano proposero l'esempio della straordinaria pazienza di san Job all'imitazione dei fedeli. L'esempio della pazienza di san Job fu proposto ai fedeli da molti autori sia in Oriente che in Occidente. Il nome di san Job è presente nel Martirologio Geronimiano e compare successivamente in tutti gli altri martirologi. La sua immagine è frequentemente raffigurata negli affreschi degli antichi cimiteri cristiani e ricorre in numerosissimi sarcofagi presenti in Italia e in Gallia.

Il culto, le chiese e la diffusione della devozione

La pellegrina Eteria menziona una chiesa edificata in onore di san Job nella città di Carneas, situata ai confini tra l'Arabia e l'Idumea. La pellegrina Eteria narra l'episodio relativo all'origine della chiesa di Carneas. Un monaco si presentò al vescovo di Carneas raccontando di aver ricevuto in visione l'ordine di scavare in un determinato luogo, poiché la città era considerata la terra natale di san Job. Il vescovo assecondò il desiderio del monaco e diede inizio ai lavori di scavo. Durante i lavori furono scoperti quasi subito una grande caverna lunga cento metri e, alla fine di essa, una lapide recante il nome di san Job che indicava il suo sepolcro. Sul luogo del ritrovamento fu iniziata la costruzione di una chiesa, la cui opera tuttavia non fu mai completata del tutto. San Job ricevette ampia venerazione anche in Occidente. A san Job furono dedicate chiese a Venezia, a Bologna e in Belgio, oltre a numerosi ospedali e lebbrosari. Nella liturgia latina san Job è ricordato con un breve elogio nel Martirologio Romano il 10 maggio. Le liturgie orientali celebrano variamente la sua memoria, con un Ufficio dedicato in Oriente, mentre la Chiesa abissina celebra san Job il 27 aprile, le Chiese greca e melchita il 6 maggio, la Chiesa di Gerusalemme il 22 maggio e la Chiesa copta il 29 agosto. Il Martirologio commemora san Job come uomo di mirabile pazienza nella terra di Hus.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia San Job?

San Job si festeggia il 10 maggio nel Martirologio Romano, mentre le Chiese orientali lo celebrano in date differenti tra aprile, maggio e agosto.

Di cosa è patrono San Job?

La documentazione fornita non menziona specifici patronati per San Job.

Conmemoración de san Job, hombre de admirable paciencia en tierra de Hus. — Martirologio Romano