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31 de octubre

Beata Irene (Aurelia Jacoba Mercede) Stefani

Virgen

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origini e infanzia in Val Sabbia

Mercede Stefani nacque ad Anfo nella Val Sabbia, in provincia e diocesi di Brescia, il 22 agosto 1891. Era la quinta dei dodici figli di Giovanni Stefani e Annunziata Massari. Al Battesimo fu chiamata Aurelia Giacomina Mercede, mentre in famiglia veniva affettuosamente chiamata Mercede o Cede. Crescette in una famiglia forte e coraggiosa, immersa in un ambiente impregnato di viva fede. Sin da bambina dimostrò una spiccata sensibilità per l'apostolato tra i suoi coetanei e familiari, distinguendosi per una particolare inclinazione alla carità. Correva dai malati, aiutava gli anziani e pensava ai poveri, riservandosi sempre i lavori più pesanti. A tredici anni espresse ai genitori il desiderio di farsi missionaria. In famiglia cercarono di dissuaderla o le chiesero di attendere, poiché la locanda del padre e i fratellini avevano bisogno di lei. Il bisogno della sua presenza in famiglia aumentò ulteriormente a causa della morte della madre, deceduta a causa di una broncopolmonite. La scomparsa prematura della madre la costrinse ad assumere il compito di educatrice e catechista dei fratelli più piccoli. La sua prima famiglia divenne così il suo primo campo di apostolato insieme alla parrocchia. Non permise che venisse soffocato il desiderio della missione, sostenuta dal suo parroco che l'accompagnava spiritualmente, facendole fare catechismo e mandandola a trovare i poveri e i malati.

La chiamata e l'ingresso nella Consolata

Nel 1911, all'età di vent'anni, pochi mesi prima del compimento del ventiduesimo anno secondo alcune cronache o comunque all'inizio del decennio, poté entrare tra le Suore Missionarie della Consolata. L'istituto religioso femminile era stato fondato l'anno prima a Torino dal canonico Giuseppe Allamano, beatificato nel 1990. Lo stesso canonico Giuseppe Allamano aveva fondato nel gennaio 1901 l'Istituto della Consolata per le Missioni Estere, composto da sacerdoti e fratelli coadiutori. Il 28 gennaio 1912 vestì l'abito religioso assumendo il nome di suor Irene. Successivamente emise la professione religiosa il 29 gennaio 1914, consacrandosi interamente al Signore. A fine 1914 riuscì a imbarcarsi in direzione Mombasa, partendo per il Kenya dove l'evangelizzazione era agli inizi. La nave attracca a Mombasa il 30 gennaio 1915. Prima di partire, scrisse il suo programma di vita con le parole Tutto con Gesù, nulla da me. Tutta di Gesù, nulla di me. Tutto per Gesù, nulla per me. In terra di missione le fu chiesto di mettere in pratica il suo programma di vita nell'umiltà dei primi incarichi di fattoria, affrontando le difficoltà di imparare la lingua locale.

Il servizio negli ospedali militari durante la guerra

Dal 1914 al 1920 la sua missione si svolse negli ospedali militari, un periodo segnato dalla prima guerra mondiale che coinvolse l'Africa a causa delle colonie inglesi e tedesche. Gli ospedali erano locali organizzati alla meglio per i carriers, ovvero i portatori africani arruolati per trasportare materiale bellico. Gli ammalati erano ammassati senza criterio in grandi capannoni, abbandonati a sé stessi, in un tanfo insopportabile e tra molte lingue e dialetti. Suor Irene svolse la sua attività negli ospedali di Voi, Kilwa e Dar-es-Salaam in Tanzania. Insieme a una consorella fece un breve corso infermieristico per affrontare al meglio la situazione. A Kilwa Kivinje e nelle altre strutture lavava, medicava e fasciava piaghe e ferite, restituendo dignità a esseri umani sfiancati dal lavoro e dalle privazioni. Distribuiva medicine e cibo imboccando i più gravi e i più deboli con grande delicatezza. Riusciva a restituire dignità più con il sorriso che con le parole, sostenuta da uno stile fatto di silenzio e carità umile. Aveva scritto un giorno che la missionaria è colei che ha cuore per amare, mani per aiutare e bocca per annunciare. La sua carità addolcì gli animi di medici senza scrupoli, sorveglianti crudeli e increduli musulmani. Imparò varie lingue per parlare agli africani di Gesù, incoraggiarli e consolarli, preparando molti al Battesimo e amministrandone circa tremila in pericolo di morte. Per la sua abnegazione fu definita un angelo di suora.

La missione a Gekondi e l'affetto degli africani

Finita la guerra ritornò in Kenya. Dal 1920 al 1930 visse nella missione di Gekondi dedicandosi all'insegnamento scolastico in un ambiente non entusiasta. Con la sua vivacità percorreva le colline della regione invitando chiunque incontrasse alla scuola e al catechismo. Curava i malati, assisteva le partorienti e salvava i bambini abbandonati, non ponendo limiti alla sua azione missionaria e muovendosi continuamente da un villaggio all'altro ovunque c'era bisogno di lei. Istruiva le giovani consorelle giunte per il tirocinio missionario circondandole di affetto e attenzioni. Continuò a seguire per corrispondenza i suoi figli africani spostati nelle città del Kenya come Mombasa e Nairobi, facendo da tramite con le famiglie. Gli africani la chiamavano Nyaatha, che in lingua kikuyu significa donna tutta compassione, misericordia e bontà. Era considerata dai locali la madre misericordiosa. Accorreva ovunque spinta dal desiderio di far conoscere Gesù Cristo e il Vangelo, incurante della fatica e delle offese. L'opera generosa portò a conversioni clamorose e a un'infinità di battesimi, stimati tra i tremila e i quattromila, amministrati grazie alla bontà e alla delicatezza seminate a piene mani. I poveri capivano chi stava dalla loro parte, sebbene non mancassero giorni di incomprensione in casa con alcune consorelle che contestavano la sua nomina a superiora. Nella scuola subì la contestazione della sua attività di insegnante e la richiesta di estromissione da parte di alcune giovani studentesse, fomentate da un maestro, Julius Ngare, che le vorrebbe subentrare nell'incarico.

Il dono della vita e la morte

Il 14 settembre 1930 iniziò a Nyeri un corso di esercizi spirituali. Durante questi giorni di preghiera, maturò la decisione di offrire la sua vita per il vescovo del luogo e per le missioni. La superiora le diede l'assenso all'offerta della vita il 17 ottobre. Proprio in quei giorni a Gekondi infuriava una terribile pestilenza. Suor Irene andò ad assistere il maestro Julius Ngare, colui che aveva fomentato la rivolta delle giovani contro di lei, assistendolo fino a quando questi le morì tra le braccia con squisita carità e tenerezza. Contrasse la peste che imperversava a Gekondi proprio assistendo il maestro. Domenica 26 ottobre fu colta da brividi e dovette mettersi a letto. Morì il 31 ottobre 1930 all'età di trentanove anni, con i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria sulle labbra. Dei suoi trentanove anni, ne aveva trascorsi diciotto in Kenya, salvo un breve periodo. Il dolore di coloro ai quali aveva fatto del bene fu unanime e profondo.

Il cammino verso la beatificazione

La causa di beatificazione fu sostenuta con forza dalle Missionarie della Consolata. L'inchiesta diocesana fu aperta nella diocesi di Nyeri il 30 marzo 1984. Il nulla osta per l'inchiesta fu rilasciato dalla Santa Sede il 22 luglio 1985. A Torino, in una data non specificata, si svolse la prima sessione dell'inchiesta rogatoria per ascoltare i testimoni sulla vita di suor Irene prima della sua partenza per il Kenya. L'inchiesta diocesana si concluse il 13 febbraio 1987, mentre l'inchiesta rogatoria terminò il 1° ottobre 1988. Il decreto di convalida degli atti avvenne il 29 gennaio 1993. La Positio super virtutibus fu consegnata nel 1996 e successivamente esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 7 maggio 2010. Il 15 febbraio 2011 la medesima Positio fu esaminata dai cardinali e dai vescovi membri della Congregazione. Il 2 aprile 2011 papa Benedetto XVI autorizzó la promulgazione del decreto che dichiarava Venerabile suor Irene Stefani.

Il miracolo in Mozambico

Come possibile miracolo per la beatificazione è stato preso in esame un evento avvenuto il 10 gennaio 1989 nel villaggio di Nipepe, in Mozambico. Intorno alle sei del mattino, durante la Messa, si udirono spari a causa della guerra civile e la chiesa fu presa d'assedio. All'interno della chiesa si trovavano i partecipanti alla Messa, catechisti, animatori della parrocchia con le loro famiglie e altre persone in cerca di rifugio. Circa duecentosettanta persone, tra cui molti bambini, rimasero asserragliate per tre giorni e mezzo sotto minaccia di morte. Con il passare delle ore si fece sentire la sete, aggravata dal fatto che l'inverno in Mozambico è una stagione calda. Il capo dei catechisti, Bernard Bwanaissa, concesse di poter bere dal fonte battesimale a causa dell'emergenza. Il fonte battesimale era una conca con una capacità massima di circa dodici litri, contenente ancora meno acqua perché due giorni prima erano stati amministrati dei battesimi, e per di più il recipiente era pieno di crepe. Un missionario invitò le persone presenti a pregare chiedendo l'intercessione di suor Irene, la cui biografia stava leggendo proprio in quei giorni. L'acqua fu sufficiente a dissetare tutti e continuò a sgorgare per diversi giorni, senza esaurirsi, fino a che tra il pomeriggio del 12 gennaio e il mattino seguente gli assediati poterono fare ritorno sani e salvi alle loro case. L'asserito miracolo fu esaminato durante l'inchiesta diocesana svolta a Lichinga, in Mozambico, dal 18 al 26 luglio 2010. Gli atti dell'inchiesta sul miracolo furono convalidati il 2 dicembre 2011. Il 31 ottobre 2013 la Consulta Tecnica della Congregazione delle Cause dei Santi dichiarò che la moltiplicazione dell'acqua aveva i caratteri dell'inspiegabilità scientifica, non trattandosi di una guarigione. Il 4 febbraio 2014 i Consultori teologi si pronunciarono a favore del nesso tra la preghiera degli assediati e l'intercessione di suor Irene. Il parere fu confermato dai cardinali e dai vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi il 20 maggio 2014. Il 12 giugno 2014 papa Francesco autorizzó la promulgazione del decreto che riconosceva l'evento come miracoloso per intercessione della Venerabile Irene Stefani, ricevendo in udienza il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

La beatificazione e la custodia delle reliquie

La beatificazione è stata celebrata il 23 maggio 2015 nel campus della Dedan Kimathi University a Nyeri. Questa solenne celebrazione è stata la prima sul territorio africano dopo le nuove normative in materia. Il rito di beatificazione è stato presieduto dal cardinale Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam in Tanzania, come inviato del Papa. La memoria liturgica è stata fissata al 31 ottobre. I resti mortali della Beata Irene Stefani erano originariamente custoditi nella cappella della parrocchia del Mathari, presso Nyeri, affidata ai Missionari della Consolata. Successivamente, il 24 ottobre 2015, i resti mortali sono stati traslati nella cattedrale di Nyeri, dedicata alla Vergine Consolata, dove continuano a essere meta di devozione e preghiera. La biografia e la ricostruzione storica della sua vita sono state curate dagli autori Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia la Beata Irene Stefani?

La memoria liturgica della Beata Irene Stefani si celebra il 31 ottobre, giorno della sua nascita al cielo.