30 de marzo
Beato Joaquín de Fiore
Abad cisterciense
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Origini, cammino monastico e fondazione della congregazione
Gioacchino da Fiore nacque a Célico in provincia di Cosenza intorno al 1130. La sua famiglia d'origine era umile e composta da agricoltori, oppure, secondo altri pareri, da un notaio. Nel corso della sua giovinezza o della sua maturità visitò la Palestina, un'esperienza che segnò profondamente la sua sensibilità religiosa. Rientrato in Italia, decise di abbracciare la vita consacrata e si fece frate cistercense. In seguito fu nominato abate ed ebbe l'occasione di essere ospite di vari monasteri, tra cui si ricorda l'abbazia di Casamari. In seguito a una crisi spirituale, tuttavia, abbandonò l'ordine cistercense per cercare una via di più rigorosa adesione al Vangelo. Dopo un periodo di profondo eremitaggio, fondò la congregazione florense. Questa nuova famiglia religiosa prende il titolo dal monastero di san Giovanni in Fiore sulla Sila, dove ebbe la sua sede principale. Nel 1570 la congregazione florense confluì nuovamente nell'ordine dei cistercensi. Le sue spoglie mortali si trovano attualmente nella cripta dell'abbazia di san Giovanni in Fiore, e recentemente è stata fatta una ricognizione di esse. Lo stesso comune di San Giovanni in Fiore ha preso il nome proprio dall'abbazia omonima. Per quanto riguarda la data e il luogo del suo transito, egli morì intorno al 1202, precisamente il 30 marzo 1202 a Fiore, in provincia di Cosenza. Secondo alcune tradizioni morì a Pietralta o Petrafitta, mentre secondo altre opinioni il trapasso avvenne a Corazzo, a san Martino di Canale o a san Giovanni in Fiore. La sua morte avvenne mentre san Francesco, malato e prigioniero a Perugia, concepiva i primi germi della sua conversione basata sulla povertà.
Attività intellettuale, opere e visione teologica
L'abate calabrese viene definito dalla storia e dagli studiosi come monaco, abate, teologo, esegeta, apologeta, pensatore, riformatore, mistico, filosofo, veggente, asceta e profeta. Egli scriveva e predicava instancabilmente da un lato, mentre dall'altro si macerava in incredibili penitenze. Tra le sue opere è molto importante il Liber figurarum, un testo notevole anche dal punto di vista artistico nel quale spiega la dottrina cattolica per mezzo di figure simboliche. All'interno del Liber figurarum sono presenti, tra le altre, la figura del drago a sette teste e quella dei tre cerchi trinitari. A conferma del valore visivo delle sue intuizioni, Gioacchino fu ritenuto un bravo pittore, e gli sono attribuite l'ideazione e la realizzazione dei mosaici della basilica veneziana di San Marco. Un'ulteriore testimonianza della sua venerazione antica si trova nel manoscritto Chigi A.VIII.231 della biblioteca vaticana, che presenta una miniatura di Gioacchino con l'aureola di santo. Nel suo pensiero spicca la definizione della Terza Età come l'Età dello Spirito Santo, concepita come un'epoca di rigenerazione della Chiesa e della società caratterizzata dal ritorno alla povertà e all'umiltà primigenie. Gli sono inoltre attribuite la predizione degli ordini francescano e domenicano, nonché la predizione dei colori dei relativi abiti degli ordini mendicanti. Nell'ordine francescano si videro effettivamente realizzate le aspettative di Gioacchino, al punto che i francescani rigorosi si dissero spirituali, termine gioachimita dedotto proprio dalla profezia sulla Terza Età.
Controversie dottrinali e vaglio della Chiesa
Il pensiero di Gioacchino non fu esente da dispute e incomprensioni. Nel 1215 il Concilio Lateranense IV condannò una sua opinione relativa al teologo Pietro Lombardo. Nello stesso tempo, tuttavia, il Concilio salvaguardò la persona di Gioacchino riconoscendo la sua ripetuta adesione alla dottrina cattolica. Egli infatti aveva chiesto in vita di essere corretto dai suoi confratelli o dalla Chiesa stessa. Aveva inoltre ordinato che tutti i suoi scritti fossero sottoposti al vaglio della Santa Sede, e dichiarò di ritenere validi solo gli scritti che la Chiesa stessa avrebbe approvato. La memoria della sua santità fu inquinata da errate interpretazioni della dottrina da parte di avversari e seguaci troppo zelanti, e fu inoltre danneggiata dall'attribuzione di false profezie e opinioni teologiche. Per fare chiarezza, il papa Onorio III con una bolla del 1220 lo dichiarò perfettamente cattolico e ordinò che la sentenza di cattolicità fosse divulgata nelle chiese. Subito dopo la sua morte la vox populi lo aveva già proclamato santo, e i seguaci avevano inviato alla Santa Sede la documentazione dei numerosi miracoli, ripubblicati da Antonio Maria Adorisio, al fine di avviare il processo di canonizzazione. Viene presentato col titolo di beato negli Acta Sanctorum pubblicati dai gesuiti bollandisti nel 1688, ed è menzionato come beato in dizionari ed enciclopedie varie. Nel rituale dei monaci florensi esisteva una messa in onore del beato Gioacchino, celebrata il 30 marzo, il 29 maggio e in altre occasioni. Esisteva inoltre un'antifona dei vespri che esaltava il suo spirito profetico, tradotta poi da Dante. Gli studiosi Emidio De Felice e Orietta Sala scrissero nei loro dizionari d'onomastica che il nome personale Gioacchino in Italia si deve proprio al suo carisma. Nel 2001 l'arcivescovo di Cosenza-Bisignano monsignor Giuseppe Agostino ha riaperto il processo di canonizzazione per portare Gioacchino alla piena gloria degli altari e al titolo di dottore della Chiesa.
Eredità culturale, studi e memoria spirituale
La figura di Gioacchino da Fiore ha ispirato secoli di studi e pubblicazioni. Dante Alighieri lo collocò tra i beati sapienti nel canto dodicesimo del Paradiso, citandolo come il calabrese abate dotato di spirito profetico. Un fervido culto popolare in suo onore si diffuse presto a largo raggio. Nel corso del ventesimo secolo e oltre, numerosi autori si sono dedicati alla sua figura. Carmelo Ciccia ha scritto diversi studi e saggi su Gioacchino da Fiore pubblicati tra il 1970 e il 1995. Egli è associato a pubblicazioni e studi editi a Venezia-Mestre nel 1996, mentre gli studi su Dante e Gioacchino da Fiore sono stati pubblicati a Cosenza nel 1997. Un articolo su Gioacchino da Fiore è stato pubblicato sul quotidiano Avvenire a Roma il 22 novembre 1997. È stata inoltre auspicata la beatificazione di Gioacchino da Fiore, definita un'opera di giustizia storica da parte della Chiesa, in una pubblicazione di Reggio Calabria del gennaio 1998. Un ulteriore contributo sugli studiosi, il veltro di Dante e Gioacchino da Fiore è apparso a Reggio Calabria nel maggio 1998. Un articolo intitolato Padre Pio e l'abate Gioacchino è stato pubblicato ne Il corriere di Roma il 30 gennaio 1999. È stata pubblicata una recensione al libro invito alla lettura di Gioacchino da Fiore scritto da Gian Luca Potestà a Milano il 1 gennaio 2000. Un articolo su Pio IX e Gioacchino da Fiore è stato pubblicato ne Il corriere di Roma il 29 febbraio 2000. Una pubblicazione in lingua latina sulla Città del Vaticano del settembre 2000 auspica la beatificazione di Gioacchino da Fiore quanto prima. Un articolo pubblicato ne Il gazzettino di Venezia il 29 novembre 2000 sostiene l'ingiustizia dell'emarginazione di Gioacchino da Fiore. Un testo sulla santità di Gioacchino da Fiore è stato pubblicato sulla rivista Talento di Torino tra aprile e giugno 2001, ed è stato successivamente incluso nel libro Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante di Carmelo Ciccia.
Su camino espiritual
La trayectoria del beato Joaquín de Fiore comenzó en Célico, su lugar de nacimiento, mucho antes de que su nombre se convirtiera en un referente de la vida monástica. Antes de abrazar la regla cisterciense en la abadía de Casamari, realizó un significativo viaje a Palestina, experiencia que sin duda marcó su visión del mundo y su comprensión de la historia sagrada. Este peregrinaje fue el preludio de una vida entregada a la contemplación y al estudio, que lo conduciría años más tarde a fundar la congregación florense.
Tras un periodo de retiro y eremitismo, Joaquín dedicó sus fuerzas a edificar una comunidad que respondiera a las necesidades de su tiempo. Su labor como abad en San Giovanni in Fiore no estuvo exenta de desafíos, pues su pensamiento teológico generó intensos debates en la cristiandad de su época. A pesar de que el Concilio Lateranense Cuarto señaló ciertas opiniones suyas como erróneas, su figura fue rehabilitada plenamente por la autoridad pontificia. El papa Honorio Tercero, en el año mil doscientos veinte, confirmó su pertenencia y fidelidad a la Iglesia católica, despejando cualquier sombra sobre su integridad. El tránsito de este abad hacia el encuentro definitivo con el Señor ocurrió en el año mil doscientos dos, dejando tras de sí una huella indeleble en la espiritualidad de su tiempo y un desafío intelectual que ha sido objeto de estudio a lo largo de los siglos.
Memoria y devoción
La veneración al beato Joaquín de Fiore ha mantenido una presencia constante, especialmente en los lugares donde su obra floreció. Históricamente, los monjes florenses celebraban su memoria litúrgica el treinta de marzo y el veintinueve de mayo, fechas que marcan el ritmo de su recuerdo en la tradición local. Esta devoción, que ha sobrevivido al paso de los siglos, encontró un nuevo impulso en el año dos mil uno, cuando el arzobispo de Cosenza-Bisignano dispuso la reapertura del proceso de canonización.
Esta decisión refleja el deseo de la Iglesia de revalorizar la figura de un hombre que, aun siendo falible, buscó siempre la luz de la verdad. Recordar al beato Joaquín no es solo rememorar el pasado, sino reconocer a quien, desde la humildad del claustro, quiso comprender el designio de Dios sobre la humanidad. Su vida, que abarcó casi la totalidad del siglo doce, sigue siendo un faro para aquellos que, desde la madurez, buscan integrar su fe con la historia y el servicio a la comunidad cristiana.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia il Beato Joaquín de Fiore?
Viene celebrato il 30 marzo, il 29 maggio e in altre occasioni nel rituale dei monaci florensi.