4 de febrero
San José (Desideri) de Leonessa
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Origini e giovinezza a Leonessa
San José di Leonessa vide la luce l'8 gennaio 1556 nella cittadina di Leonessa, situata nel territorio di Rieti. Al sacro fonte del battesimo ricevette l'insolito nome di Eufranio, sebbene fosse più noto il nome di Eufronio, appartenuto a due santi vissuti nel corso del quinto e del sesto secolo. Venne al mondo in seno a una famiglia ricca, importante e appartenente alla nobiltà del paese, la quale tuttavia si trovò presto a fare i conti con la sfortuna. I suoi genitori, identificati in Giovanni Desideri e Francesca Paolini, vennero a mancare l'uno dopo l'altro in un breve lasso di tempo, quando egli era ancora un fanciullo privo della guida domestica. A quel punto fu amorevolmente accolto dallo zio paterno Battista, che svolgeva l'autorevole ruolo di maestro di umanità nella città di Viterbo. Sotto la guida sapiente e severa dello zio, il giovane si formò una notevole cultura letteraria e una profonda educazione religiosa che avrebbero segnato tutta la sua esistenza terrena. Giunto all'età delle scelte definitive, i parenti caldeggiarono per lui un ambito matrimonio che avrebbe consolidato la posizione della casata, ma egli decise fermamente di rifiutare tali prospettive terrene per seguire una vocazione più alta. Successivamente fu colpito da una malattia molto grave, a causa della quale gli fu consigliato di fare ritorno al proprio paese natale, nella speranza che l'aria natia potesse giovare alla sua salute debilitata. Proprio a Leonessa entrò provvidenzialmente in contatto con i frati cappuccini, iniziando a frequentare con assiduità il loro convento e a respirare l'atmosfera di preghiera e di rigoroso raccoglimento che vi si viveva.
La chiamata religiosa e il noviziato
Durante una visita pastorale del provinciale dell'Umbria nella comunità cappuccina locale, il giovane manifestò con decisione il proprio desiderio, chiedendo con insistenza di essere accolto in religione per servire il Signore nella penitenza. Fu così che, all'età di sedici anni, varcò la soglia del convento di Assisi per iniziare il suo cammino di consacrazione. Fece il noviziato nel suggestivo convento delle Carcerelle di Assisi, indossando per la prima volta il saio francescano nel mese di gennaio del 1572. La sua scelta radicale non fu priva di ostacoli terreni, poiché i famigliari, contrari a un tale distacco, cercarono in ogni modo di strapparlo al convento adducendo la pressante necessità di assistenza per le quattro sorelle rimaste sole. Egli tuttavia dimostrò una maturità spirituale straordinaria, preferendo la voce di Dio ai richiami del sangue e restando saldo nella sua risoluzione. Trascorsi dodici mesi di fervore e di prova intensa, all'età di diciassette anni pronunciò i voti religiosi e mutò il proprio nome anagrafico in fra Giuseppe, consacrandosi per sempre al saio e alla regola. Terminato il noviziato, fu prontamente avviato allo studio approfondito della filosofia e della teologia, discipline che affrontò con dedizione e umiltà. Nel corso di questi anni di formazione si distinse in modo particolare per il rigoroso spirito di penitenza che imponeva al proprio corpo, anticipando la durezza della vita ascetica che avrebbe praticato per il resto dei suoi giorni. Il cammino di preparazione spirituale e culturale si concluse coronandosi con la sacra ordinazione sacerdotale, ricevuta nell'anno 1580, che lo abilitò alla celebrazione dei divini misteri e alla cura delle anime.
Il contesto missionario e la spedizione a Costantinopoli
Nei decenni in questione si profilava nella Chiesa una coraggiosa e possibile evangelizzazione dei popoli musulmani, un'impresa che infiammava i cuori dei religiosi più zelanti. Già nei tempi precedenti si erano registrati tentativi pionieristici, come quello di due cappuccini che erano riusciti a penetrare a Costantinopoli fin dal 1551, seguiti nel 1583 da alcuni membri della Compagnia di Gesù. Nel 1587, durante il capitolo generale dell'Ordine cappuccino, fu affrontato organicamente il problema delle missioni e il nuovo ministro generale Girolamo da Polizzi decise l'invio di una spedizione ufficiale nella capitale orientale, accogliendo il vivo desiderio della Santa Sede che voleva affidare tale compito proprio ai frati minori cappuccini. Costantinopoli, antica e gloriosa capitale dell'Impero romano d'Oriente, era divenuta la capitale dell'Impero turco a partire dal 1453, anno in cui era stata conquistata dal sultano Maometto II dopo una strenua resistenza. Il sultano aveva sconfitto Costantino XI, l'ultimo imperatore caduto eroicamente in combattimento insieme agli ultimi difensori greci, genovesi e veneziani. In seguito alla conquista, i turchi avevano permesso al patriarca e ai vescovi orientali, separati dalla Chiesa di Roma dallo scisma del 1094, di rimanere al loro posto, mentre i vescovi cattolici erano stati violentemente colpiti e allontanati dalla regione. Di conseguenza, molti fedeli cattolici vivevano in condizioni di dura schiavitù, mentre altri sopravvivevano isolati e dispersi intorno a chiese ormai cadute in rovina. I missionari cappuccini giunsero sul posto con un programma graduale e prudente: offrire assistenza spirituale e materiale ai cattolici in prigionia, curare i malati e mantenere i collegamenti con i gruppi di cattolici occidentali presenti in quei luoghi per ragioni di lavoro e di commercio. Fra Giuseppe aveva presentato da anni la domanda per partecipare a quella missione ardita, ma inizialmente non figurava tra i religiosi prescelti per la partenza. Il Signore dispose diversamente quando Egidio di Santa Maria, all'ultimo momento, si trovò impossibilitato a partire; Giuseppe poté così entrare improvvisamente a far parte del gruppo di spedizione, coronando il sogno di una vita consacrata alla propagazione della fede cristiana tra gli infedeli.
Il ministero orientale e il supplizio del gancio
Giunti nella grande metropoli d'Oriente, i missionari trovarono un primo alloggio nel quartiere di Pera, da cui mossero i primi passi per il loro delicato apostolato. Con fatica e dedizione, i frati provvidero a riparare una cadente chiesa a Costantinopoli, trasformandola nel punto di riferimento per il ministero tra gli occidentali colà residenti. A fra Giuseppe fu affidata in modo particolare e totalizzante la cura dei numerosi cristiani tenuti in crudele prigionia dai turchi, un compito che egli svolse con un amore eroico e senza risparmiare alcuna energia. Accanto all'assistenza ai prigionieri, ai malati e ai commercianti occidentali, il suo temperamento focoso e il suo ardente fervore lo spinsero ben presto a desiderare di annunciare il Vangelo apertamente anche ai turchi e di rivolgersi direttamente alle supreme autorità dell'Impero. Spinto da questo zelo missionario senza compromessi, e servendosi di vari stratagemmi, cercò a più riprese di penetrare nel palazzo del sultano Murad III per parlargli e convertirlo alla vera fede. In uno dei tentativi di introdursi nel palazzo imperiale, fu inevitabilmente scoperto, arrestato dalle guardie e giudicato come sovversivo e nemico dello Stato. Condannato alla pena capitale del gancio, subì un supplizio di inaudita crudeltà: fu tenuto per tre giorni consecutivi appeso per la mano destra e per un piede a un'alta trave, mentre al di sotto veniva alimentato un fuoco acceso per tormentarlo con il calore e il fumo. Durante i tre giorni di questa tremenda prova, sopportò con eroica pazienza i dileggi, gli insulti e le derisioni della folla inferocita che assisteva alla scena. Per misteriosi disegni della Provvidenza divina, al termine di quei tre giorni interminabili fu miracolosamente liberato vivo ed espulso dai confini dell'impero, potendo così fare ritorno nella sua amata terra d'Italia accompagnato dai confratelli sopravvissuti.
Il ritorno in patria e la predicazione popolare
Rientrato in Italia, riprese con rinnovato e infaticabile fervore il suo ministero di predicatore itinerante, accompagnando la parola di Dio con costanti ed eroici esercizi di penitenza corporale. Egli viaggiava rigorosamente sempre a piedi nello stile proprio dei cappuccini, per poter osservare il mondo e le sue miserie con gli occhi di chi vive e muore camminando sulle strade degli uomini. Il suo regime di vita era improntato alla più stretta austerità: si nutriva abitualmente con pochi legumi o con un tozzo di pane macerato nell'acqua, mentre per giaciglio notturno si accontentava di dormire su due nudi sassi coperti da un semplice sacco di paglia. Si impose ritmi massacranti di sei, sette e persino otto prediche al giorno, tenute in luoghi diversi e molto distanti tra loro, arrivando a sfiancare i confratelli che lo accompagnavano nei suoi spostamenti. Dedicava pochissimo tempo al riposo notturno pur di avere ore libere da destinare al dialogo personale con singole persone e singole famiglie bisognose di consiglio spirituale. Diede alla sua predicazione un carattere profondamente popolare, capace di toccare i cuori della gente comune, favorendo attivamente la pacificazione degli animi nelle famiglie e nei villaggi divisi da faide e rancori. Nello stesso tempo, la sua attenzione per gli ultimi si tradusse in opere concrete di grande impatto sociale ed ecclesiale. Offriva regolarmente assistenza spirituale in carcere ai condannati a morte durante le loro ultime ore di vita terrena per riconciliarli con il Creatore. Si sforzò con ogni mezzo di far sorgere piccoli ospedali e ricoveri per i malati, lavorando a volte personalmente con le proprie braccia per la loro costruzione e manutenzione. Per combattere la piaga sociale dell'usura che strozzava le famiglie contadine, fu promotore della nascita dei Monti di Pietà e dei Monti Frumentari, istituzioni provvidenziali volte a concedere un piccolo credito a tassi sopportabili per i più indigenti. Divenne così un vero e proprio punto di riferimento, una voce autorevole e una bandiera di speranza nei paesi e nelle cittadine che attraversava durante il suo cammino apostolico.
Gli ultimi giorni e la glorificazione celeste
Dagli atti ufficiali del processo di beatificazione emerge chiaramente che Dio lo favorì in vita di straordinari carismi, tra cui il dono dei miracoli, la scrutazione dei cuori e particolari grazie di profonda orazione. Oltre all'impegno missionario e di predicazione, ricoprì all'interno della comunità religiosa l'ufficio di superiore locale e di segretario provinciale, servendo i fratelli con umiltà e spirito di servizio. Tuttavia, dopo avergli miracolosamente risparmiato il martirio cruento a Costantinopoli, Dio gli riservò una via di purificazione diversa attraverso una grave e dolorosa malattia. Tale infermità rese necessario un doloroso quanto del tutto inefficace intervento medico, affrontato dal religioso con cristiana rassegnazione. Per ragioni di cura e di fraternità, fu trasferito nel convento di Amatrice, dove all'epoca era superiore un suo nipote che poté assisterlo amorevolmente nei momenti finali. Nel convento di Amatrice, fra Giuseppe si preparò alla morte con grande serenità d'animo, raccomandando l'anima al Creatore. La morte sopraggiunse il 4 febbraio 1612 all'età di cinquantasette anni, e fu mirabilmente accompagnata da vari miracoli che attestarono fin da subito la sua santità agli occhi del popolo. Per espressa volontà dei maggiorenti della città, il suo venerato corpo fu sottoposto a uno speciale intervento di conservazione per preservarlo nel tempo, e fu inizialmente inumato nella chiesa conventuale di Amatrice, dove nel frattempo erano sorte confraternite intitolate al suo nome. Successivamente, nel 1639, il corpo fu solennemente trasportato alla sua città natale, Leonessa, dove tuttora si conserva e si venera nel santuario a lui intitolato. La fama della sua santità fu suggellata dalla Chiesa attraverso i decreti ufficiali dei sommi pontefici: fu beatificato da Papa Clemente XII nel 1737 e proclamato solennemente santo da Papa Benedetto XIV il 29 giugno 1746. La sua festa liturgica viene celebrata annualmente dal suo Ordine il 4 febbraio. Di lui ci restano numerose lettere e prediche, in parte edite e conservate con cura, mentre dal punto di vista iconografico viene tradizionalmente rappresentato sospeso sul patibolo del gancio oppure nell'atto fervoroso di predicare la parola di Dio.
Vida y misión
Nacido en Leonessa en el año 1556, el joven Eufranio sintió desde temprano la llamada a una entrega radical. En 1572, en la ciudad de Asís, ingresó en la Orden de los Hermanos Menores Capuchinos, donde vistió el hábito franciscano y adoptó el nombre de José. Tras completar su formación y recibir la ordenación sacerdotal, su vida tomó un rumbo de entrega misionera que lo llevaría más allá de las fronteras conocidas.
En 1587 fue enviado a la ciudad de Costantinopoli con la difícil misión de asistir espiritualmente a los cristianos que se encontraban prisioneros. Allí, su audacia evangélica lo impulsó a intentar un encuentro con el sultán para interceder por los cautivos. Este gesto le costó el arresto y una terrible tortura, suspendido de un gancio, de la cual sobrevivió de manera prodigiosa. Tras ser liberado, regresó a Italia, donde recorrió lugares como Viterbo y otras comarcas, entregado por entero a la predicación popular y a la fundación de hospitales para el alivio de los enfermos, hasta su muerte en Amatrice en 1612.
Culto y memoria
La memoria de este abnegado capuchino quedó grabada en el corazón del pueblo que se benefició de su caridad y escuchó sus encendidos sermones. Su vida de entrega y sus virtudes heroicas fueron formalmente reconocidas por la Iglesia en el siglo XVIII, cuando el Papa Benedetto XIV lo elevó a los altares mediante su canonización en el año 1746.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia San José di Leonessa?
La festa liturgica di San José di Leonessa viene celebrata il 4 febbraio di ogni anno dal suo Ordine.
En Amatrice, en el Lacio, san José de Leonessa, sacerdote de la Orden de los Frailes Menores Capuchinos, que en Constantinopla ayudó a los prisioneros cristianos y, después de haber duramente padecido por haber predicado el Evangelio hasta en el palacio del Sultán, regresado a su patria resplandeció en el cuidado de los pobres. — Martirologio Romano