21 de julio
Sant' Alberico Crescitelli
Misionero, mártir
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Le origini e la giovinezza ad Altavilla Irpina
Sant'Alberico Crescitelli nacque il trenta giugno del milletrecento... no, del milleottocento sessantatré, ad Altavilla Irpina, in provincia di Avellino, da una famiglia profondamente radicata nella fede cristiana. Il paese natio di Altavilla Irpina era ampiamente noto in tutta la regione della Campania per il culto fervente tributato al martire san Pellegrino. Le sacre reliquie di san Pellegrino erano state originariamente rinvenute nel cimitero di Santa Ciriaca a Roma, per poi essere accuratamente ricomposte, custodite all'interno di un'urna di legno dorato e solennemente trasportate ad Altavilla nella chiesa maggiore il quindici luglio del settecentottanta. La presenza costante di queste reliquie e i numerosi miracoli che la devozione popolare attribuiva alla intercessione di san Pellegrino avevano reso quella località celebre ovunque.
Durante gli anni della sua fanciullezza e della prima giovinezza, il padre di Alberico gli affidò un compito di notevole responsabilità pratica, incaricandolo di sorvegliare direttamente i fondi agricoli di proprietà della famiglia. Questa attività di controllo e gestione richiedeva molto tempo ed energie, poiché i terreni erano distanti fra loro e sparsi sul territorio. Il lavoro quotidiano svolto a stretto contatto con la terra diede ad Alberico una solida competenza nelle questioni agricole e sviluppò in lui una naturale disposizione verso le scienze naturali. Tuttavia, questo impegno gravoso nei campi ebbe anche un riscontro negativo, poiché gli impedì di approfondire regolarmente i suoi studi elementari.
Accortosi della situazione scolastica del figlio e desideroso di offrirgli un'adeguata istruzione, il padre decise di affidarlo alle cure del cappellano locale, don Fischetti. Nonostante il poco tempo libero a disposizione, don Fischetti si dedicò con grande dedizione all'istruzione di Alberico. Da quel contatto giornaliero costante e dalla saggia guida spirituale esercitata dal sacerdote, il giovane Alberico maturò progressivamente la chiamata alla vita consacrata e la vocazione sacerdotale. Sintonizzandosi con questa profonda aspirazione interiore e dopo una fase di matura riflessione, l'otto novembre del milleottocento ottanta, all'età di diciassette anni, Alberico varcò la soglia del Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo per le Missioni Estere in Roma, istituzione che costituisce l'attuale Pontificio Istituto Missioni Estere.
La formazione romana e l'epidemia di colera
Alberico trascorse sette anni di intensa applicazione negli studi all'interno del Seminario di Roma, un istituto fondato ed educato essenzialmente allo scopo di formare i futuri missionari da inviare nei territori di prima evangelizzazione. Dal milleottocento ottantatré, quel medesimo seminario aveva ricevuto l'affidamento pastorale della parte meridionale della provincia dello Shensi in Cina. Durante il suo percorso accademico romano, Alberico studiò filosofia all'Archiginnasio Gregoriano e approfondì la teologia frequentando sia la Pontificia Università Lateranense sia la Pontificia Università Gregoriana, riuscendo a conseguire i gradi accademici con grande soddisfazione dei suoi insegnanti e superiori.
Raggiunta la meta formativa stabilita, venne ordinato sacerdote il quattro giugno del milleottocento ottantessette. Celebrò la sua Prima Messa nella cappella dell'Istituto Missionario, assistito all'altare da monsignor Gregorio Antonucci, che era stato da poco eletto Vicario Apostolico dello Shensi meridionale. Giudicandolo pienamente preparato per affrontare le fatiche dell'apostolato missionario, i superiori disposero la sua partenza per l'autunno successivo, concedendogli tuttavia un periodo di riposo per fare ritorno al paese natio e salutare i familiari.
Alberico arrivò ad Altavilla Irpina il dieci luglio del milleottocento ottantessette. Trascorsero un paio di mesi sereni trascorsi tra la sua gente, partecipando assiduamente alle funzioni religiose e alla solenne festa della Madonna del Carmelo. Ai primi di agosto si recò per qualche giorno a Napoli, chiamato dal Visitatore Apostolico De Martinis, il quale gli propose di assumere un incarico di insegnamento nel Collegio Cinese, fondato a Napoli dal sacerdote Matteo Ripa, vissuto tra il seicento ottantadue e il settecentoquarantasei. Nonostante si trattasse di un impiego comodo e sicuro, Alberico rifiutò l'offerta, poiché non la riteneva conforme alla sua specifica vocazione missionaria.
Mentre si preparava per la partenza fissata per l'otto settembre, Alberico cedette al caldo desiderio della madre di trattenerlo ancora per qualche giorno. Proprio in quei giorni, il dodici settembre del milleottocento ottantessette, scoppiò ad Altavilla Irpina una terribile epidemia di colera. Trovandosi ancora in paese, il giovane sacerdote decise fermamente di non allontanarsi per fuggire al contagio. Con il permesso formale dei suoi superiori, si associò prontamente all'opera di coraggiosa assistenza sanitaria e spirituale intrapresa da altri due sacerdoti locali, don Giovanni Fischetti e don Cosimo Lombardi.
Il comune di Altavilla fu tristemente il paese più colpito dalla virulenza dell'epidemia. Dal tredici settembre al venti ottobre del milleottocento ottantessette, il colera contagiò ben duecentosettantacinque persone ad Altavilla, delle quali centotré persero la vita. Presi dal terrore del contagio, tre quarti della popolazione altavillese fuggirono precipitosamente verso le campagne circostanti, lasciando il centro abitato quasi deserto. In paese rimasero pochissime persone coraggiose per aiutare i malati, assistere i morenti e dare una degna sepoltura ai defunti. Padre Alberico Crescitelli figurò in prima linea tra le persone benemerite che si prodigarono senza sosta nell'assistenza agli ammalati. A riconoscimento di questo nobile e disinteressato impegno, il Ministro degli Interni dell'epoca, il ventitré novembre del milleottocento ottantanove, conferì ufficialmente a padre Alberico la medaglia di bronzo come benemerito della pubblica salute.
Il lungo viaggio verso la Cina e l'arrivo nello Shensi
Cessato finalmente il morbo, il trentuno ottobre padre Alberico lasciò il paese natio e i familiari in lacrime. Accompagnato da due cugini, partì alla volta di Benevento, da dove proseguì completamente da solo per raggiungere Roma. Giunto nell'Urbe, gli fu assegnata la definitiva meta della sua missione: lo Shensi meridionale, regione corrispondente all'attuale diocesi di Hanchung. Trascorsero alcuni mesi intensi nella preparazione alla partenza, scanditi dalle suggestive cerimonie della consegna missionaria del Crocifisso. In quel frangente, ricevette l'udienza e la speciale benedizione di papa Leone XIII insieme a un altro confratello missionario, padre Vincenzo Colli.
Il primo aprile del milleottocento ottantotto si accomiatò definitivamente dai confratelli e dai superiori, partendo il giorno seguente alla volta di Genova. Arrivato nel porto ligure, vi trovò il fratello Luigi, che lo accompagnò amorevolmente fino a Nizza. Da lì, i due missionari proseguirono il viaggio verso Marsiglia, dove l'otto aprile si imbarcarono sul piroscafo denominato Sindh, salpando con rotta verso Shanghai. Durante la lunga traversata marittima effettuarono una sosta a Hong Kong, località all'epoca in forte via di sviluppo che la Cina aveva ceduto all'Impero Britannico nel milleottocento quarantuno. Dopo ben trentasei giorni di navigazione, arrivarono a Shanghai il quattordici maggio.
La vita missionaria che si parava dinanzi a loro comportava inevitabilmente grandi avventure, faticosi trasferimenti in territori impervi e accidentati, e la risalita di corsi d'acqua e dei loro affluenti. I missionari dovettero adattarsi rapidamente al clima locale e agli usi e costumi del posto. Tra le consuetudini locali che dovettero adottare vi era quella di radersi la parte anteriore della testa, lasciando crescere i capelli nella parte posteriore in modo da formare un tipico ciuffo raccolto a treccia. I missionari imparavano inoltre a parlare fluentemente la lingua locale per poterla comprendere e adoperare con scioltezza nei contatti quotidiani, ed erano costretti a sopportare la vista dei frequenti riti pagani a cui assistevano.
Un rito pagano particolarmente diffuso consisteva nell'aspergere il sangue di un gallo precedentemente sacrificato alle divinità dei fiumi prima di intraprendere la traversata delle acque. Il viaggio nell'entroterra comprendeva inchini continui, profonde genuflessioni e l'uso rituale di bastoncini d'incenso. I missionari affrontavano costantemente il pericolo concreto di veder infrangere la loro imbarcazione nel superare le rapide impetuose dei fiumi, oltre a moltissimi altri rischi per l'incolumità personale. Dopo ottantun giorni trascorsi in barca e duemila chilometri percorsi lungo i fiumi attraverso zone interamente pagane, padre Crescitelli e padre Colli giunsero finalmente a Siaochai.
Siaochai era un'antica comunità cristiana adagiata placidamente sulla riva destra del fiume Han, sorta originariamente grazie all'opera instancabile e ai prodigi del missionario gesuita Stefano Lefèvre, vissuto tra il millecinquecentonovantasette e il millesecentocinquantasette, il quale subì anch'egli il martirio e fu sepolto in un villaggio vicino. Padre Crescitelli e padre Colli furono accolti calorosamente dai confratelli presenti sul posto e coordinati dal Vescovo Vicario Apostolico, monsignor Antonucci. Padre Alberico trascorse alcuni mesi nella città di Hanchung, sede di una residenza stabile dei missionari, allo scopo di perfezionare l'addestramento nella lingua locale, che risultava estremamente ostica per i parlanti europei. Le difficoltà incontrate con l'idioma cinese furono frequentemente espresse da padre Alberico nelle numerose lettere inviate alla madre in Italia, con la quale manteneva un intenso e costante legame spirituale.
L'apostolato nello Shensi e la crisi della carestia
Terminata la fase di preparazione linguistica, padre Alberico intraprese con slancio la sua attività missionaria, visitando regolarmente le comunità cristiane sparse lungo il corso del fiume Han. Si spinse verso ovest in direzione di Mienhsien e a est fino a raggiungere la località di Han-yang-pin, dove edificò una nuova chiesa per i fedeli. Nutrendo una profonda competenza nelle questioni agrarie maturata negli anni della giovinezza ad Altavilla, pensò di avvalersi di tali conoscenze fondando colonie agricole, con l'intento lodevole di riunire i cristiani che vivevano dispersi in quel vasto territorio. Nel gennaio dell'anno millenovecento gli furono formalmente affidati i distretti di Mienhsien, Lioyang e Ningkiang, di cui quest'ultimo rappresentava la zona più lontana, disagiata e scomoda da raggiungere.
Padre Alberico Crescitelli lavorò con straordinario fervore nel distretto di Ningkiang, raccogliendo numerose conversioni alla fede cristiana e provvedendo a rimuovere gli idoli pagani ovunque fosse possibile farlo. Tuttavia, proprio in quel medesimo anno millenovecento, la situazione economica e sociale nelle campagne cinesi fu gravemente segnata da piogge interminabili che si protraevano ininterrottamente dal milleottocento novantotto, le quali avevano distrutto sistematicamente raccolti e semine. Queste precipitazioni catastrofiche fecero impennare vertiginosamente i prezzi dei beni di prima necessità e causarono il totale esaurimento delle provviste alimentari.
Per far fronte alla crisi si rese necessario un rigido razionamento dei viveri, accompagnato da sussidi pubblici dai quali i cristiani furono tuttavia sistematicamente esclusi a causa della palese ostilità dei capi locali contro la religione cattolica e gli stranieri. Con coraggio ammirevole, padre Alberico Crescitelli si batté con forza per estendere i sussidi della carestia a tutti gli abitanti senza discriminazioni, riuscendo a ottenere giustizia ma attirandosi al tempo stesso la profonda contrarietà dei pagani. La popolazione non cristiana era infatti fermamente convinta che la propria razione di cibo diminuisse a causa della presenza e del sostegno accordato ai cristiani, e questo fu uno dei motivi determinanti che finirono per costare la vita al missionario. Accanto a ciò, padre Crescitelli gestiva direttamente alcuni orfanotrofi che accoglievano centinaia di bambini, specialmente orfanelle, trovandosi costantemente bisognoso di aiuti materiali per poterli sfamare.
Il contesto politico e la persecuzione dei Boxer
Nel più ampio campo politico, l'Impero cinese era attraversato da profonde e sanguinose lotte di potere consumate all'interno del palazzo imperiale di Pechino. L'imperatore Kwangsu aveva tentato, senza successo, di riformare la Cina per trasformarla in una potenza moderna pari a quelle occidentali. All'interno della corte operavano seimila appartenenti all'etnia Manciù, portatori di forti interessi di casta e guidati dalla settantenne imperatrice madre Thehsi. Un fallito tentativo di eliminare l'imperatrice madre provocò l'immediata esecuzione capitale dei consiglieri riformatori dell'imperatore e il severo confino dello stesso imperatore. La vita del sovrano fu salvata unicamente grazie alla mediazione diplomatica esercitata dai Paesi occidentali, che riuscirono a sottrarlo alla furia della madre.
In conseguenza di questa violenta svolta politica, in tutta la Cina iniziarono a divampare persecuzioni sistematiche, eccidi cruenti e omicidi mirati di missionari e fedeli cristiani, accompagnati dalla sistematica distruzione delle chiese a causa della violenta politica antioccidentale. Un editto imperiale promulgato il ventotto settembre del milleottocento novant十九... novantanove, sconfessò apertamente i precedenti provvedimenti legislativi favorevoli alle missioni, trasformandosi di fatto in una tacita proscrizione legale della religione cattolica. In questo clima di aperta ostilità fece la sua comparsa la famigerata società segreta dei cosiddetti Boxer, abilmente presentata all'imperatrice come un movimento fedele alla dinastia e votato alla lotta contro l'oppressione straniera.
I Boxer erano guidati da Yuhsien, viceré dello Shantung, un uomo rozzo, crudele e fieramente nemico degli stranieri. Nel luglio dell'anno millenovecento venne emanato il decreto imperiale che ordinava l'espulsione o l'uccisione spietata di tutti i missionari stranieri. I Boxer scatenarono così una spaventosa carneficina, iniziando con l'assassinio di ventinove persone tra suore, frati, sacerdoti, vescovi e catechisti cinesi, trucidati freddamente nel cortile del tribunale. Molti altri eccidi analoghi furono perpetrati nei mesi successivi, nonostante la corte imperiale fosse stata costretta a fuggire a Sianfu in seguito all'intervento militare deciso dalle Potenze alleate. Le violenze generali terminarono soltanto con la firma ufficiale del protocollo di pace avvenuta il sette settembre del millenovecentouno. Fu proprio all'interno di questo drammatico frangente storico che maturò il sacrificio supremo di padre Alberico Crescitelli.
Il martirio e la morte a Yentsepien
Mentre continuava a operare instancabilmente nel suo apostolato all'interno del distretto di Ningkiang, sia i fedeli cristiani sia il Vicario apostolico sollecitarono con insistenza padre Alberico a mettersi urgentemente in salvo trasferendosi nella vicina e più sicura provincia dello Sechwan, tenuto conto che altri missionari erano già stati tempestivamente rimpatriati. Raccolto l'invito prudenziale, il missionario si avviò in cammino verso Yan-pin-kwan, un importante mercato situato lungo le sponde del fiume Kia-lin-kiang. Per compiere il tragitto, il sacerdote attraversò un affluente che divideva materialmente la località di Tsin-kan-ping, dove egli abitava, dall'area del mercato. Salendo lungo una stradina che costeggiava il corso d'acqua, giunse all'interno del mercato e, attraversandolo, passò direttamente davanti all'edificio della dogana, il luogo pubblico adibito alla riscossione delle tasse doganali per l'attraversamento dei fiumi posti sui confini territoriali.
Il doganiere responsabile, un uomo di nome Jao, riconobbe immediatamente padre Alberico. Con fare apparentemente gentile e premuroso, il doganiere convinse il missionario a fermarsi a trovare riparo all'interno del piccolo edificio doganale, ammonendolo del fatto che la strada non era affatto sicura e che sarebbe stato certamente assalito dai malintenzionati. In un primo momento, padre Alberico acconsentì di buon grado alla richiesta prudenziale del doganiere. Tuttavia, poco dopo, avvertì chiaramente la sensazione di subire un tradimento e maturò l'intenzione di allontanarsi da quel luogo. Il doganiere, invece, con inspiegabile e crescente insistenza, fece di tutto per trattenerlo all'interno.
Verso le undici della notte, mentre padre Alberico si trovava raccolto in preghiera in un angolo dell'edificio, una violenta plebaglia inferocita accerchiò l'isolato stabile della dogana. Il doganiere, fingendo un falso rammarico, indicò come unica via di salvezza la porta situata sul retro, facendolo uscire precipitosamente e richiudendo pesantemente i battenti alle sue spalle. Quella porta posteriore dava direttamente verso un versante del monte così ripido e impervio che nessun arrampicatore avrebbe mai potuto scalarlo, tanto più che il padre missionario non possedeva alcun tipo di allenamento all'alpinismo o all'arrampicata. Appena messo piede fuori, padre Alberico fu immediatamente accerchiato e preso da un gruppo di malfattori locali.
Mentre si trovava inginocchiato in preghiera e rivolgeva loro parole miti, domandando il motivo di tanta violenza nei confronti di un uomo che aveva fatto soltanto del bene al prossimo, fu brutalmente colpito da vari fendenti di arma da taglio. Un primo fendente gli lacerò la fronte con tale violenza che la pelle staccata ricadde pesantemente sopra i suoi occhi. Un secondo fendente gli recise quasi nettamente un braccio, mentre un ulteriore colpo lo ferì gravemente al naso e alle labbra. L'intera folla inferocita prese allora a percuoterlo simultaneamente con grossi bastoni e coltelli, lanciando urla disumane. Afferrandolo come una bestia feroce, lo legarono con mani e piedi a una grossa canna di bambù e, caricandolo a spalla, lo trasportarono sopra un banco allestito nel mercato.
Sul banco del mercato proseguì accanitamente il tormento fisico del sacerdote, durante il quale i persecutori arrivarono persino a bruciargli la barba e i baffi, animati dal folle rancore di considerarlo erroneamente responsabile della riduzione dei sussidi alimentari. A un certo punto si registrò il provvidenziale intervento di un mandarino militare, giunto precipitosamente dalla città ma accompagnato da pochissimi soldati. Il mandarino si allontanò temporaneamente dal luogo dei tumulti allo scopo di predisporre una barella adatta a trasportare via il ferito. Approfittando di quell'allontanamento, i capi della plebaglia pagana, forse annebbiati dai fumi dell'alcol, legarono strettamente le caviglie del sacerdote con una corda e lo trascinarono via, ormai morente, verso una zona vicina al fiume.
Lì compirono alcuni maldestri tentativi di decapitarlo servendosi di strumenti inadeguati, senza riuscire subito nell'intento. Utilizzarono infine una lunga lama, un comune attrezzo agricolo impiegato come sega, e grazie all'azione combinata di due carnefici riuscirono infine a staccargli la testa dal busto. Padre Alberico Crescitelli morì così martire il ventuno luglio dell'anno millenovecento a Yentsepien. Egli era stato un grande e generoso missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, avendo speso dodici anni intensi della sua esistenza per il bene materiale e spirituale del popolo cinese. Il suo corpo martirizzato e fatto a pezzi fu barbaramente gettato nelle acque del vicino fiume.
La glorificazione e il culto liturgico
Il sacrificio supremo compiuto da padre Alberico Crescitelli non rimase dimenticato dalla Chiesa cattolica, che ne riconobbe nel tempo la straordinaria testimonianza di fede e il martirio cruento subito per amore di Cristo. L'iter canonico per la sua glorificazione culminò dapprima nel rito della beatificazione, presieduto da papa Pio XII il diciotto febbraio del millenovecentocinquantuno. Successivamente, a coronamento della memoria dei martiri d'Oriente, papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato solennemente santo il primo ottobre dell'anno duemila in Piazza San Pietro a Roma, elevandolo agli onori degli altari insieme a un gruppo di centoventi beati martiri in Cina e Vietnam.
Questo vasto e luminoso gruppo di centoventi martiri era giunto alla suprema testimonianza del sangue seguendo strade differenti, in luoghi geografici disparati e in date diverse della storia missionaria. Essi appartenevano a svariate Congregazioni religiose missionarie e provenivano da nazionalità differenti, testimoniando la cattolicità e l'universalità della Chiesa. Del medesimo gruppo faceva parte anche un cospicuo numero di fedeli cinesi, tra cui catechisti, collaboratori preziosi e catecumeni, i quali avevano condiviso la stessa sorte di fede. La causa scatenante dei loro martiri fu perlopiù l'odio fanatico e anticristiano alimentato dai membri della società segreta dei Boxer e dai loro fiancheggiatori politici.
Il martirologio romano colloca la memoria e il transito di Sant'Alberico Crescitelli presso Yanzibian, situato vicino a Yangpingguan in Cina, ricordandolo imperitura memoria come sacerdote del Pontificio Istituto per le Missioni Estere e martire glorioso. La sua testimonianza continua a risplendere come faro luminoso di dedizione incondizionata al Vangelo, di carità operosa verso i sofferenti e di fedeltà eroica alla chiamata missionaria, consegnando alla Chiesa universale un modello insigne di santità sacerdotale e di amore pastorale spinto fino al dono totale della vita.
La vida de entrega
La vocación de Sant' Alberico Crescitelli floreció en su Italia natal. Tras ser ordenado sacerdote en el año 1887, formándose con el Pontificio Instituto Misiones Extranjeras en Roma, demostró desde sus inicios una caridad activa. Durante una grave epidemia de cólera en Altavilla Irpina, su pueblo de origen, no dudó en asistir con valentía y compasión a los enfermos, brindando consuelo espiritual y material en momentos de gran dolor. Esta experiencia de servicio directo a los más vulnerables preparó su corazón para la misión que pronto emprendería fuera de sus fronteras.
En el año 1888, movido por un espíritu misionero, partió hacia China. Se estableció en la región del Shensi meridional, donde dedicó años de intenso trabajo pastoral. Su labor se centró principalmente en la evangelización de las comunidades locales y en la gestión de orfanatos, instituciones fundamentales para proteger a los niños y ofrecerles un futuro bajo el amparo de la fe. Su vida en Ningkiang y otras localidades del Shensi estuvo marcada por la sencillez y la perseverancia en la construcción de una comunidad cristiana sólida. Sin embargo, el final del siglo XIX trajo consigo tiempos de gran turbulencia social y religiosa. En el año 1900, durante la violenta revuelta de los Boxer, Sant' Alberico fue asesinado en Yentsepien. Su muerte, ocurrida en el lugar donde servía con amor, selló su testimonio como misionero, convirtiéndose en un modelo de entrega absoluta para las generaciones venideras de creyentes.
El recuerdo y la canonización
La figura de Sant' Alberico Crescitelli ha sido acogida por la Iglesia universal como un testimonio de fe pura y sacrificio. Su canonización, presidida por el Papa Juan Pablo II el 1 de octubre del año 2000, permitió que su nombre fuera inscrito en el catálogo de los santos, reconociendo oficialmente que su entrega fue un acto de amor supremo. La Iglesia celebra su memoria cada año, recordando su vida no solo como un hecho histórico del siglo diecinueve y veinte, sino como una presencia viva que invita a la reflexión sobre el llamado universal a la misión y a la entrega por los demás.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia Sant'Alberico Crescitelli?
La ricorrenza liturgica di Sant'Alberico Crescitelli si celebra il ventuno luglio.
Quali furono i ruoli principali di Sant'Alberico Crescitelli?
Sant'Alberico Crescitelli fu sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere, missionario nello Shensi in Cina e martire durante la persecuzione dei Boxer.
Cerca de Yanzibian, próximo a Yangpingguan en China, san Alberico Crescitelli, sacerdote del Pontificio Instituto para las Misiones Extranjeras y mártir, que, durante la persecución de los Bóxers, cruelmente golpeado casi hasta la muerte, al día siguiente fue arrastrado a lo largo de un empedrado con los pies atados hasta el río, donde, hecho pedazos y finalmente decapitado, recibió la corona del martirio. — Martirologio Romano