31 de diciembre
Beata Josefina Nicoli
Monja vicenciana
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Origini e giovinezza
Giuseppina Nicoli nacque a Casatisma in provincia di Pavia il sedici novembre 1863 all'interno di una famiglia molto religiosa. Crebbe in un ambiente sereno insieme ad altri nove fratelli e sorelle, nonostante la dolorosa perdita di alcuni di essi in tenera età. Il padre esercitava la carica di pretore, mentre il nonno materno era di professione avvocato. Fin da bambina, a casa, a scuola e tra gli amici, era affettuosamente soprannominata pan di burro per via della sua spiccata dolcezza, della sua gentilezza e della sua costante predisposizione ad aiutare gli altri. La giovane studiò a Voghera e a Pavia, dove conseguì con ottimi voti il diploma di maestra, coltivando nel proprio cuore il profondo desiderio di dedicarsi all'istruzione dei poveri. Attratta dal carisma vincenziano, fu don Prinetti, animatore della carità a Voghera, a consigliarle di entrare tra le suore cappellone, denominate Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli. Tale istituto religioso prende il nome dal caratteristico copricapo bianco a larghe tese spioventi e rigidamente inamidate. Il Fondatore stabilì che il loro monastero fosse la casa dei malati, che la loro cella fosse una camera d'affitto, che la loro cappella fosse la chiesa della parrocchia, che il loro chiostro fossero le vie della città e le sale degli ospedali, che la loro clausura fosse l'obbedienza, che la loro grata fosse il timor di Dio e che il loro velo fosse la modestia. Entrò nell'ordine religioso all'età di vent'anni, giungendo a Torino nella casa centrale di San Salvario il ventiquattro settembre 1883. Qualche mese dopo compì il noviziato nella Casa torinese di San Salvario e fece la vestizione a Parigi, in Rue du Bac, proprio nel luogo in cui, cinquant'anni prima della sua visita, la Madonna era apparsa a santa Caterina Labouré. Aveva solo ventuno anni quando fu destinata alla Sardegna, regione che all'epoca rientrava nella medesima provincia religiosa e per raggiungere la quale occorrevano tre giorni di viaggio.
I primi anni in Sardegna e l'emergenza colera
Giunse a Cagliari, meta del suo mandato, il primo gennaio 1885, trovando una terra lontana e complessa. Il suo incarico ufficiale iniziale fu l'insegnamento nel Conservatorio della Provvidenza. Cinque anni più tardi, nella notte di Natale del 1888, emise i voti semplici. Nel crocifisso che le fu donato in quella solenne ricorrenza, inserì un pezzetto di carta con un pensiero segreto ritrovato soltanto dopo la sua morte, nel quale promise al Signore di servirlo fedelmente praticando povertà, castità, obbedienza e servendo i poveri per suo amore. L'anno successivo al suo sbarco a Cagliari, la città fu colpita da una grave epidemia di colera. Quando in città scoppiò tale flagello, fu addetta alle cucine economiche e si impegnò in prima fila nell'assistenza ai malati e nel conforto alle famiglie più povere. Superata l'emergenza sanitaria, diede inizio alla sua missione specifica volta a istruire i giovani e a diffondere la conoscenza del Vangelo. Contrastò con tenacia l'analfabetismo radunando i bambini per insegnare loro a leggere, scrivere e a diventare più buoni, iniziando con gli studenti e gli operai che chiamò affettuosamente Luigini, poiché posti sotto la protezione di san Luigi. Fu proprio in questo periodo di fatiche che manifestò i primi sintomi della tubercolosi attraverso un primo sbocco di sangue. Aveva trenta anni quando le diagnosticarono la malattia che, sebbene minasse silenziosamente la sua salute e la consumasse lentamente nel corso dei successivi trenta anni, non frenò mai la sua voglia continua di lavorare instancabilmente per il Signore.
Il ministero a Sassari e il ritorno a Torino
Nel 1899 la comunità di Sassari necessitava di una superiora, denominata suor servente, e la scelta della congregazione cadde su suor Nicoli, la quale fu così trasferita dopo quindici anni trascorsi a Cagliari con l'incarico di superiora dell'orfanotrofio. A Sassari conobbe il vincenziano, servo di Dio, Giovanni Battista Manzella. Promosse un'intensa attività di catechesi domenicale che arrivò a radunare ottocento bambini, favorendo le scuole di catechismo anche serali o domenicali. Svolse un'ampia attività a favore dei Figli di Maria e delle Figlie di Maria, istituì il primo gruppo giovanile di volontariato, introdusse le suore nel carcere femminile e si dedicò all'assistenza dei malati bisognosi, delle domestiche e delle carcerate. Nel 1910 fu richiamata a Torino, nella capitale sabauda, a San Salvario, con il duplice incarico di economa provinciale e direttrice del Noviziato. A San Salvario ebbe il compito di coordinare come economa provinciale un centinaio di comunità locali e alcune migliaia di suore, passando poi al compito di maestra delle circa sessanta novizie. Tuttavia, dopo soli tre anni, il clima freddo di Torino si rivelò inadatto ai suoi bronchi malati e fu riportata d'urgenza in Sardegna. Questi vari cambiamenti le costarono non poco, ma essa li affrontò con spirito di totale abbandono alla volontà divina. Al suo rientro nell'isola, le cose erano completamente cambiate sia all'interno della comunità sia nell'amministrazione civica, e dovette affrontare un clima anticlericale e massone diffuso nella città di Sassari, subendo incomprensioni, malignità e false accuse che sopportò con esemplare mitezza.
Nel quartiere Marina e tra i ragazzi di strada
La congregazione decise il suo successivo trasferimento a Cagliari nell'agosto del 1914, collocandola presso l'Asilo della Marina. Il quartiere Marina era caratterizzato da bassifondi, malavita, povertà diffusa e ignoranza dilagante. Con l'avvento della Grande Guerra, all'inizio del conflitto si allestì un ospedale per i feriti nei locali stessi dell'Asilo. Superata tale emergenza, la religiosa moltiplicò le sue iniziative benefiche fondando le Damine di Carità per riparare e cucire abiti per i poveri. Le Damine di Carità curavano inoltre l'assistenza domiciliare nel quartiere e gestivano una colonia estiva destinata ai bambini rachitici. Diresse le Figlie di Maria, tra i cui gruppi nacquero numerose vocazioni religiose, e fece conoscere in città l'opera della Propagazione della Fede e della Santa Infanzia. Aprì il Circolo di Santa Teresa, che costituì il primo nucleo della futura Azione Cattolica femminile cittadina. Fondò i Giuseppini, protetti da san Giuseppe, ovvero ragazzi di famiglie borghesi che per pregiudizio impedivano loro di frequentare il catechismo insieme ai poveri. Si occupò delle Zitine, giovani provenienti dalle campagne per andare a servizio dei signori della città, poste sotto la protezione di santa Zita, e riunì per ritiri spirituali migliaia di operai che lavoravano alla Fabbrica dei Tabacchi. Rivolse una particolare attenzione alle giovani della borghesia chiamate Dorotee, protette da santa Dorotea, alcune delle quali divennero successivamente ottime maestre. Soprattutto, rivolse un'attenzione amorevole ai ragazzi di strada e agli orfani che facevano i facchini al porto e al mercato. Si trattava di ragazzi senza famiglia, chiamati is piccioccus de crobi o ragazzi della cesta, i quali vivevano di espedienti trasportando bagagli e compere e dormendo all'addiaccio avvolti nei giornali. Accolse a centinaia i ragazzi di strada senza allontanarli dal loro ambiente e li istruì per un lavoro dignitoso, denominandoli Marianelli o monelli di Maria, cercando di restituire loro dignità e condizioni di vita decorose. Tale coraggiosa opera le procurò tuttavia difficoltà, diffidenza, malignità, incomprensioni e quasi un rifiuto da parte dei notabili, dell'amministrazione dell'asilo e persino all'interno della sua stessa comunità. Fu inoltre coinvolta in una controversia riguardante le competenze e la proprietà dell'Asilo, e con l'avvento del Fascismo la gestione delle suore era vista malvolentieri, ma la questione si risolse brillantemente proprio grazie al suo autorevole e pacifico intervento.
Spiritualità e testamento spirituale
Conservò le ferite delle incomprensioni e le false accuse nel più assoluto riserbo, praticando incessantemente la carità e considerando i poveri come persone da accogliere con bontà e da soccorrere senza risparmiare nulla, ritenendo di dover essere per essi i veri Angeli Custodi. Ripeteva spesso che quando si ama nulla pesa e ogni piccola cosa fatta per amore ha grande valore per Dio, ammonendo di non porre mai limiti alla carità verso i fratelli. Affermava che il segreto per diventare grandi santi è praticare le piccole virtù facendo tutto bene secondo la volontà di Dio, e sosteneva che per santificare gli altri bisogna prima farsi santi per compiere un vero bene. Insegnava che l'appartenenza a Dio richiede di indirizzare a Lui pensieri, affetti e azioni, descrivendo la Figlia della Carità come colei che consulta i movimenti del cuore del proprio Sposo per regolare i propri. Paragonava la vita spirituale alla navigazione contro corrente su un fiume, dove non lottare significa essere trasportati via, mentre lottare permette di sostenersi, avanzare e arricchirsi di meriti. Sosteneva che scendere nel proprio nulla permette di trovare luce e Grazia e di uscirne trasformate, considerando la vera vita spirituale come un vuoto interiore compiuto dall'anima con totale abnegazione e riempito interamente da Dio. Si contraddistinse sempre per una santa allegria, raccomandando di benedire e servire il Signore fervorosamente e allegramente, e spiegando che fervore e allegria si alimentano a vicenda giovando anche alla salute materiale. Definiva l'allegria un grande rimedio, affermando che la carità fa volare giubilando e che bisogna servire il Signore allegramente confidando unicamente in Lui. Nutriva una profonda e tenera devozione mariana, consigliando di compiere il proprio dovere con gioia e tranquillità e di affidare il resto alla Madonna, la cui intercessione sperimentava e consigliava per risolvere qualsiasi situazione intricata. Fu preziosa guida per molte sue consorelle e considerava le croci come preziosi doni di Dio, avendo scritto anni prima a una confidente in cui si definiva un carro rotto manifestando al contempo una grandissima contentezza interiore.
La malattia, la morte e la beatificazione
Nel dicembre 1924, all'età di poco più di sessant'anni, la sua fibra già debilitata dalla tubercolosi fu stroncata da una grave broncopolmonite che la costrinse definitivamente a letto. Durante la malattia soffrì molto, intensificando la sua unione con Dio ma senza mai perdere il suo consueto buon umore. Un uomo che l'aveva a lungo osteggiata in vita volle recarsi al suo capezzale di morte, dove si inginocchiò tra le lacrime e le chiese umilmente perdono, ottenendo da suor Giuseppina un ultimo sorriso di paradiso in punto di morte. Spirò serenamente alle ore nove del mattino del trenta dicembre 1924. I funerali, celebrati il primo gennaio, esattamente quarant'anni dopo il suo primo sbarco in Sardegna, mostrarono in modo commovente l'affetto profondo e la venerazione dell'intera città di Cagliari. Cinque anni dopo la sua morte ebbe inizio il processo di canonizzazione e fu infine dichiarata beata a Cagliari il tre febbraio 2008. Le sue spoglie mortali sono attualmente conservate e devotamente venerate presso la cappella dell'asilo della Marina.
Il cammino di una vita
Josefina Nicoli nacque a Casatisma nel 1863, in un contesto che avrebbe presto visto emergere la sua vocazione al servizio del prossimo. Entrata tra le Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli, diede inizio a un itinerario di obbedienza e missione che la condusse in numerose località italiane ed estere, tra cui figurano Parigi, Torino e Pavia. Ogni tappa del suo cammino fu segnata da una dedizione profonda verso le necessità delle persone che incontrava, trasformando ogni luogo di missione in uno spazio di autentica carità cristiana.
Il suo legame con la Sardegna fu particolarmente significativo. A partire dal 1885, iniziò a insegnare presso il Conservatorio della Provvidenza di Cagliari, dedicandosi con cura all'educazione dei giovani. Successivamente, nel 1899, assunse l'incarico di superiora dell'orfanotrofio di Sassari, dove consolidò la sua esperienza nella gestione di strutture di accoglienza. Il suo impegno più emblematico, tuttavia, si concretizzò a Cagliari con la fondazione dell'opera dei Marianelli, un'iniziativa coraggiosa volta a sottrarre i ragazzi di strada alla miseria e all'abbandono. Josefina Nicoli visse con semplicità e rigore, affrontando le sfide quotidiane con lo sguardo rivolto al bene dei fanciulli e dei bisognosi. La sua esistenza terrena ebbe termine a Cagliari il trentuno dicembre 1924, a causa di una broncopolmonite che ne segnò l'ultimo atto di offerta a Dio.
Memoria e culto
Il ricordo della Beata Josefina Nicoli è profondamente radicato nella comunità ecclesiale di Cagliari, luogo dove ha profuso le sue energie migliori e dove è tornata alla casa del Padre. La Chiesa ha ufficialmente riconosciuto la santità della sua vita attraverso il rito di beatificazione, celebrato a Cagliari il tre febbraio 2008. Questo evento ha sancito il legame indissolubile tra la religiosa e la città che l'ha accolta e che oggi ne custodisce la memoria con gratitudine.
La memoria liturgica della Beata Josefina Nicoli si celebra ogni anno il trentuno dicembre. Questa data, coincidente con il giorno del suo transito verso l'eternità, invita i fedeli a riflettere sulla fecondità di una vita spesa totalmente per gli altri. La sua protezione è invocata in particolare dai poveri e dai ragazzi di strada, categorie a cui Josefina dedicò ogni sforzo, vedendo in loro il volto sofferente di Cristo. Il suo esempio continua a incoraggiare la Chiesa contemporanea a non distogliere lo sguardo dalle periferie esistenziali, promuovendo sempre la dignità e la speranza per ogni essere umano.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia la beata Giuseppina Nicoli?
La sua ricorrenza liturgica si celebra il trentuno dicembre.
Quali furono le sue principali opere a favore dei giovani?
Si dedicò all'istruzione dei bambini poveri, fondò gruppi giovanili e si prese cura dei ragazzi di strada di Cagliari, chiamati marianelli o monelli di Maria.