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11 de junio

Beato Ignacio (Choukrallah) Maloyan

Obispo y mártir

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Le origini e la giovinezza in Armenia

Shoukr Allah Maloyan, destinato a diventare nella storia della Chiesa il vescovo e martire Ignacio, nacque nel mese di aprile dell'anno 1869 nella città di Mardine, situata nella provincia del sud-est della Turchia che apparteneva alla regione storica dell'Armenia. Egli nacque in seno a una famiglia numerosa, venendo alla luce come quarto di otto figli, all'interno della comunità della Chiesa cattolica armena. La nazione armena vantava radici apostoliche antichissime, essendo stata originariamente evangelizzata dagli apostoli san Giuda e san Bartolomeo, e si era costituita come nazione cristiana nell'anno 305, quando san Gregorio l'Illuminatore, primo patriarca dell'Armenia, aveva battezzato il re Tiridate. A partire dall'undicesimo secolo, tuttavia, il paese era caduto in mano ai Turchi, e per i nove secoli successivi il popolo armeno aveva dovuto resistere tenacemente per conservare la propria identità linguistica e la religione cristiana. Gli Armeni erano storicamente divisi in due grandi confessioni, vale a dire la Chiesa apostolica armena, priva di legami con la Santa Sede, e la Chiesa cattolica armena, alla quale apparteneva appunto la famiglia Maloyan. Nel corso del diciannovesimo secolo si era verificata una significativa rinascita della cultura armena, ispirata profondamente dalla fede cristiana e manifestatasi in modo particolare nell'ambito della vita familiare.

Il giovane Shoukr Allah mostrò assai presto i segni inequivocabili di una vocazione religiosa fervida e sincera. All'età di soli quattordici anni, il parroco della sua comunità, colto dal discernimento dei suoi doni spirituali, decise di mandarlo in un istituto dedicato alla formazione del clero di rito armeno situato a Bzommar, in Libano. In questo seminario libanese il giovane trascorse cinque anni di intenso studio, applicandosi con profitto all'apprendimento delle lingue armena, turca, araba, francese e italiana. Tuttavia, insorte serie difficoltà legate a problemi di salute, egli fu obbligato a sospendere temporaneamente il suo percorso di formazione, interrompendolo per un arco di tempo pari a tre anni. Superato quel periodo critico e ristabilitosi fisicamente, poté riprendere il cammino verso l'altare. La sua dedizione fu coronata il sei agosto dell'anno 1896, quando ricevette la sacra ordinazione presbiterale, assumendo da quel momento il nome religioso di padre Ignazio. L'anno successivo, nel 1897, fu inviato in missione pastorale prima nella città di Alessandria e successivamente al Cairo, in Egitto, dove si distinse ben presto per una fama ineccepibile di sacerdote esemplare. Nel contesto egiziano, padre Ignazio non risparmiò mai le proprie energie, dedicandosi con amore quotidiano agli ammalati, ai poveri e ai bisognosi dalla sera alla mattina, al punto da giungere spesso esausto al termine della giornata. Mentre molti altri seguivano i propri interessi mondani e i profitti personali, egli trovava una gioia immensa nel compiere fedelmente la volontà di Dio. La sua attività pastorale non si limitava all'assistenza materiale e spirituale dei derelitti, ma si estendeva alla predicazione, facendosi celebre come richiesto conferenziere e predicatore di ritiri spirituali, molto domandato sia in lingua araba sia in lingua turca.

Il ministero in Egitto e il ritorno a Mardine

Animato da uno zelo sincero per l'unità dei cristiani, padre Ignazio allacciò importanti contatti fraterni con i cristiani copti d'Egitto, i quali appartenevano a una Chiesa separata da Roma, rispondendo con grande carità alle loro domande teologiche e spirituali riguardo alla Chiesa cattolica. Nei momenti lasciati liberi dalle fatiche del ministero quotidiano, egli amava dedicarsi con costanza allo studio approfondito della Sacra Scrittura e delle lingue. Notate le sue eccezionali qualità intellettuali e pastorali, il patriarca degli armeni cattolici residenti a Costantinopoli lo volle come proprio segretario personale nell'anno 1904. Nuovi motivi legati alla sua salute fragile lo costrinsero però a fare ritorno in Egitto dopo poco tempo, e in terra egiziana rimase a svolgere il suo fecondo apostolato fino all'anno 1910. Nel frattempo, la diocesi di Mardine, sua terra natale, si trovava a fronteggiare una situazione di estrema delicatezza a causa dell'età avanzata del vescovo locale. Tale presule non era più in grado di far fronte alla drammatica mancanza di sacerdoti adeguatamente formati e alla gravissima situazione economica che affliggeva la regione. Sposato dalle fatiche e dall'età, il vescovo di Mardine si ritirò dal governo attivo, e il patriarca decise di affidare l'amministrazione della diocesi proprio a padre Ignazio, il quale fece ritorno nella sua città natale dove fu accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. Si trovò ben presto di fronte alle enormi difficoltà della diocesi, descrivendo spesso la vita in quel luogo come una vera e propria tortura, ma accettandola senza esitazioni per amore della sua vocazione sacerdotale. La svolta ufficiale del suo ministero episcopale avvenne il ventuno ottobre dell'anno 1911, durante il sinodo dei vescovi armeni celebrato a Roma, occasione in cui padre Ignazio fu eletto e solennemente consacrato arcivescovo di Mardine. Di quel sinodo romano si ricordava anche la storica presenza di papa san Pio X, il quale aveva tenuto un importante discorso nel 1911 affermando che la Chiesa è per sua natura una Chiesa perseguitata. Monsignor Maloyan aveva dunque ascoltato direttamente quelle parole profetiche che si sarebbero drammaticamente avverate nella sua carne di lì a pochi anni.

Al suo ritorno in patria dopo la consacrazione episcopale, monsignor Maloyan aprì con sollecitudine nuove scuole che davano una chiara priorità alla trasmissione delle tradizioni e della letteratura armena. Egli esaminava personalmente tutte le difficoltà e le sofferenze dei suoi fedeli, adoperandosi con instancabile energia per offrire sollievo a quanti erano perseguitati a causa della fede in Cristo. La situazione politica generale, tuttavia, volgeva rapidamente al peggio. Fin dalla fine del diciannovesimo secolo, il sultano Abdul-Hamid aveva cercato in ogni modo di soffocare la rinascita della coscienza nazionale armena, considerata dagli apparati statali come una minaccia mortale per la stabilità dell'impero ottomano. Nel tragico anno 1895, centinaia di chiese e conventi cristiani erano stati sistematicamente distrutti, e centinaia di migliaia di fedeli erano stati massacrati o costretti all'esilio forzato. Quando monsignor Maloyan si era insediato stabilmente a Mardine, la persecuzione non era purtroppo ancora del tutto terminata. Nonostante la sua salute fragile, il nuovo vescovo dimostrò fin da subito un coraggio ammirevole, ponendo come prima preoccupazione l'aiuto concreto ai sacerdoti e la formazione rigorosa dei giovani seminaristi. In un dettagliato rapporto inviato alla Santa Sede, il presule descrisse come il popolo fosse duramente colpito da catastrofi naturali come la siccità e l'invasione delle cavallette, aggravate oltretutto dall'avarizia e dalla crudeltà del governo. Egli chiese invano alle autorità civili l'autorizzazione necessaria per recarsi in Europa o in America allo scopo di raccogliere fondi di carità; di fronte alla situazione ormai disperata e sentendosi dolorosamente abbandonato, giunse perfino a chiedere di essere rimosso dalla sua carica pastorale. Il patriarca rifiutò tuttavia le sue dimissioni, e Dio concesse a monsignor Maloyan la grazia necessaria per rimanere fedelmente al proprio posto. In quel frangente difficile, egli scrisse una commovente lettera al superiore di Bzommar, esortandolo a essere forte e fiducioso in Dio, e affermando di aver bevuto da un calice amaro che tuttavia poteva divenire dolce se mescolato con quello prezioso di Cristo.

Il contesto bellico e l'ombra della persecuzione

Il quadro storico precipitò irrimediabilmente la sera del terzo giorno del mese di agosto del 1914, quando i partecipanti a un ritiro spirituale sacerdotale riuniti nella chiesa dei Cappuccini di Mardine appresero la notizia sconvolgente dell'entrata in guerra della Turchia a fianco della Germania e dell'Austria contro la coalizione formata da Russia, Francia e Inghilterra. La maggior parte della popolazione ignorava inizialmente le complesse ragioni e i reali schieramenti di quel conflitto mondiale. L'entrata in guerra dell'Impero Ottomano determinò immediatamente l'arruolamento forzato di tutti gli uomini validi, ma solo gli Armeni si dimostrarono comprensibilmente renitenti e decisero di darsi alla macchia per sfuggire a una chiamata alle armi percepita come ingiusta. Questa reazione fu abilmente sfruttata dai nazionalisti islamici, i quali accusarono strumentalmente tutti gli Armeni di palese connivenza con la Russia. Il vescovo Ignazio Maloyan, dal canto suo, non aveva mai nutrito alcuna simpatia per la politica attiva ed era fermamente contrario a ogni commistione tra la fede cristiana e le mene dei gruppi insurrezionalisti, essendosi sempre comportato come un suddito fedele dell'Impero Ottomano, al punto che lo stesso Sultano gli aveva conferito in passato due alte onorificenze statali. La situazione istituzionale interna era però radicalmente mutata, poiché il governo ottomano centrale era ormai del tutto scavalcato ed esautorato dalla polizia locale capeggiata dal movimento dei Giovani Turchi. Questi ultimi erano integralisti islamici radicali che avevano già segretamente deciso lo sterminio sistematico della popolazione armena. Già nel mese di ottobre, il governatore turco ordinò ai capi religiosi armeni di preparare i pasti per i soldati al fronte, un ordine che monsignor Maloyan e il vescovo monsignor Tappuni accettarono prontamente per spirito di sottomissione civica. Nello stesso periodo, tuttavia, la polizia intensificò la sorveglianza poliziesca sulle chiese, penetrando arbitrariamente nelle case e nei conventi, maltrattando le donne cristiane e confiscando oggetti preziosi con il falso pretesto di ricercare cristiani disertori. La persecuzione contro gli Armeni riprese così nuovo e implacabile vigore. Per dissimulare le sue vere e oscure intenzioni di fronte all'opinione pubblica, il governo turco finse persino di attribuire un ulteriore ordine imperiale a monsignor Maloyan, mentre il governatore di Diarbekir rivelava apertamente ai militanti musulmani l'intenzione premeditata di liberare la Turchia da tutti i cristiani, considerati nemici interni da estirpare. Lo stesso governatore di Diarbekir rassicurava i suoi complici affermando che le nazioni europee non avrebbero sollevato obiezioni né imposto sanzioni, forti del sostegno politico e militare della Germania. Gli inviati governativi diffusero ovunque la consigna tassativa di non risparmiare la vita di alcun cristiano. Monsignor Maloyan apprende rapidamente da altri vescovi che case cristiane e luoghi di culto venivano saccheggiati impunemente, mentre veniva imposto l'obbligo di far comparire la menzione specifica di cristiano sui documenti d'identità dei soldati arruolati. Nel gennaio del 1915 tutti i poliziotti e i soldati di fede cristiana furono sistematicamente disarmati, e gli impiegati statali cristiani vennero licenziati in tronco. Fu creata appositamente una milizia armata con il compito preciso di arrestare e uccidere i cristiani, mentre le donne cristiane venivano destinate alla vile mercé della vendita come schiave. Il ventiquattro aprile del 1915, il ministro degli interni turco Talaat Bacha annunciò formalmente l'eliminazione totale degli armeni, adducendo il consueto pretesto pretestuoso di alto tradimento contro la Turchia. Cent'anni fa, la Chiesa armena in Turchia visse così giorni di dramma indicibile e di fulgida gloria cristiana.

L'arresto, il carcere e la testimonianza di fede

Il vescovo Ignazio si era accorto con larghissimo anticipo della situazione che stava precipitando e dei pericoli mortali che incombevano su tutti i cristiani della sua diocesi. Pur perdendo il sonno per la profonda angoscia, egli aveva scelto di non lasciar trasparire la sua preoccupazione all'esterno, per evitare di generare panico inutile tra i sacerdoti e i fedeli. Il trenta aprile del 1915, la polizia fece una violenta irruzione nel palazzo vescovile di Mardine, rovinando, distruggendo e sequestrando ogni documento, e montando contro il presule l'infondata accusa di ricettazione di armi, alla ricerca disperata di materiale compromettente che potesse giustificare la condanna. Di fronte a tale minaccia, all'inizio di maggio monsignor Maloyan riunì tutti i suoi sacerdoti per metterli al corrente dei pericoli imminenti, esortandoli a fortificarsi nella fede e a riporre ogni speranza nella Santa Croce e nell'apostolo san Pietro. Ribadì con forza la propria inossidabile fedeltà al capo visibile della Chiesa e al Pontefice romano, esprimendo il vivo desiderio che il clero e il gregge intero seguissero il suo esempio di totale obbedienza alla Santa Sede. Affidò i suoi sacerdoti alla protezione di Dio, chiedendo a tutti di pregare per ottenere forza, coraggio e la grazia di poter eventualmente versare il proprio sangue per Cristo. Il prelato manifestò una profonda stima per il dono inestimabile della fede, ricordando come l'apostolo san Paolo avesse esortato Timoteo a combattere la buona battaglia con fede e buona coscienza, ammonendo che quanti avevano ripudiato la fede avevano fatto inevitabilmente naufragio. La fede cristiana, insegnava il vescovo, doveva essere nutrita costantemente con la Parola di Dio per poter vivere, crescere e perseverare sino alla fine dei tempi, chiedendo incessantemente al Signore di accrescerla e sostenendola con la carità, la speranza e la piena comunione con la Chiesa. Prima del suo arresto definitivo, a monsignor Maloyan fu offerta esplicitamente la possibilità di mettersi in salvo fuggendo, ma egli rifiutò con sdegno la fuga, dichiarando solennemente di aver abbracciato per sempre la vocazione di pastore del gregge ovunque esso si trovasse, e manifestando la ferma determinazione di assolvere i suoi sacri doveri verso Nostro Signore e i suoi fedeli fino alla morte. Il quindici maggio parecchi armeni furono arrestati e imprigionati, e il ventisei dello stesso mese un'intera famiglia armena di Diarbekir fu barbaramente massacrata.

Il tre giugno, giorno in cui la Chiesa celebrava la solennità liturgica del Corpus Domini, monsignor Maloyan commentò con toccante profondità nell'omelia le parole di Gesù riguardanti la perdita e il ritrovamento della vita terrena. La sera stessa di quel tre giugno, il vescovo fu finalmente arrestato dalle autorità e condotto in carcere insieme a una cinquantina di membri autorevoli della sua comunità. Nei giorni immediatamente successivi, le sbarre della prigione si chiusero dietro a centinaia di cristiani di vari riti cattolici e apostolici, inclusa una quindicina di sacerdoti, portando il numero complessivo dei cristiani reclusi in quella cella a seicento sessantadue persone. La chiesa del vescovo fu sventrata dai persecutori, gli altari furono dissacrati e distrutti, e persino le antiche tombe dei vescovi precedenti furono aperte sacrilegamente. Sottoposto a duri interrogatori davanti al tribunale, monsignor Maloyan esclamò con fierezza di non voler mai rinnegare la fede in Cristo, respingendo come un'invenzione pura e semplice le assillanti accuse di aver nascosto armi o di cospirare contro il governo. Egli ribadì di non essersi mai opposto alle istituzioni legittime, ma di averne anzi difeso i diritti in privato e in pubblico, operando sempre come un cittadino onesto e ricordando di aver ricevuto in passato onorificenze imperiali. A quel punto, il commissario di polizia, perdendo ogni controllo, si rimboccò le maniche e colpì ripetutamente il vescovo con la propria cintura; alle giuste proteste del prelato, rispose cinicamente che in quel tempo la spada aveva sostituito il governo. Il vescovo fu quindi pressato ripetutamente ad abbracciare l'Islam per ottenere salva la vita, ma egli rispose con una coraggiosa professione di fede, dichiarando che avrebbero potuto farlo a pezzi ma non avrebbe mai rinnegato la sua religione. Sottoposto a violenze inaudite, tra cui l'orribile strappo delle unghie dei piedi e percosse brutali, il confessore della fede sospirava dicendo che il corpo soffriva il dolore dei colpi ma l'anima era colma di una gioia celeste. Nella notte tra il nove e il dieci giugno, ricevette in cella la visita della sua anziana madre e poté accostarsi al sacramento della riconciliazione, ricevendo l'assoluzione sacramentale da un altro sacerdote che si trovava incarcerato insieme a lui. Trasferito temporaneamente in cella, passava il tempo ininterrottamente in preghiera, con le braccia e gli occhi alzati al cielo in attesa dell'ora suprema.

Il martirio e la gloria eterna

Nei primi giorni del mese di giugno, circa millesicento cristiani di Mardine furono prelevati dalle prigioni per essere avviati verso una marcia di deportazione disumana. I prigionieri furono costretti a camminare legati l'uno all'altro con robuste corde e con le braccia strette da pesanti catene di ferro. Dopo una marcia durata sei ore, la colonna giunse nei pressi di un villaggio curdo, dove fu formalmente letto ai condannati il decreto imperiale che li condannava a morte irrevocabilmente con l'infame accusa di tradimento. Ancora una volta, venne offerta la salvezza immediata e la possibilità di fare ritorno alle proprie case a coloro che avessero accettato di convertirsi all'Islam rinnegando la croce. A nome di tutti i compagni di sventura, monsignor Maloyan prese la parola per rispondere con fermezza che si trovavano sì nelle mani dei carnecipi ma che avrebbero preferito morire mille volte per Gesù Cristo. Prima dell'esecuzione finale, il vescovo incoraggiò amorevolmente tutti i cristiani a confessarsi dai sacerdoti presenti nel gruppo, e fece distribuire la santa Comunione utilizzando del pane consacrato proprio all'interno della cella e durante la prigionia per il ristoro spirituale dei fratelli. Alcuni testimoni oculari sopravvissuti narrarono in seguito che, durante il momento solenne della distribuzione della Comunione, una misteriosa nuvola luminosa avvolse protettivamente i prigionieri. Una parte dei condannati fu condotta nelle Grotte di Sheikhan e un'altra parte a Kalaa Zarzawan, dove furono barbaramente massacrati e i loro corpi gettati nei pozzi. Questi tragici eventi divennero noti alla storia anche grazie alle preziose testimonianze di alcuni musulmani che non avevano approvato quell'orrore disumano. Il giorno seguente, gli ultimi cristiani superstiti furono spogliati di tutti i vestiti e costretti a camminare a digiuno e a piedi nudi sulle pietre aguzze delle strade e sulle spine dei campi riarsi.

L'undici giugno dell'anno 1915, giorno in cui la Chiesa universale celebrava la festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù, i cristiani rimasti furono infine trucidati a circa quattro ore di marcia dalla città di Diarbekir. A monsignor Ignazio Maloyan fu riservata la sofferenza suprema di dover assistere impotente alla morte violenta di tutte le sue amate pecorelle, prima di subire a sua volta il martirio in solitudine. Il commissario di polizia gli rivolse un'ultima volta la domanda infame su dove avesse nascosto le armi e se per l'ultima volta rifiutasse di dichiararsi musulmano. Il santo vescovo rispose con le sue ultime forze che viveva e moriva per la sua fede, la vera fede cattolica, e che poneva la sua unica gloria esclusivamente nella croce del suo dolce Salvatore. Subito dopo, il persecutore gli sparò un colpo di pistola alla nuca, cercando successivamente di mascherare l'omicidio premeditato con la falsa motivazione burocratica di un'embolia coronarica. Al momento della sua gloriosa morte, avvenuta nel villaggio di Kara-Kenpru presso Diyarbakir in Turchia, monsignor Maloyan aveva appena quarantasei anni di età. Le sue ultime parole mormorate sulle labbra furono: "Dio mio, abbi pietà di me. Nelle tue mani, consegno il mio spirito. Cerco Lui!" Tragicamente, appena un mese dopo il martirio del vescovo, anche sua madre e un suo fratello furono barbaramente massacrati a causa della loro irremovibile fede cristiana. Gli storici calcolano che la persecuzione del 1915 nell'Armenia turca abbia provocato tra un milione e un milione e mezzo di vittime innocenti. Come scrisse sant'Agostino nella sua opera la Città di Dio, la Chiesa avanza incessantemente nel suo pellegrinaggio terreno attraverso le persecuzioni del mondo e le consolazioni divine. I martiri che hanno imitato fedelmente Gesù fino all'effusione del sangue ricordano le parole eterne del Vangelo di San Giovanni sull'odio che il mondo riserva a chi non appartiene al mondo. Il santo vescovo e martire Ignazio Maloyan ha attinto ogni giorno dall'Eucaristia la forza spirituale indispensabile per compiere fino in fondo il suo gravoso ministero sacerdotale e pastorale. Riconosciuta l'autenticità inequivocabile del suo martirio, il sommo pontefice san Giovanni Paolo II ha beatificato solennemente monsignor Ignazio Maloyan il sette ottobre dell'anno 2001 in piazza San Pietro, esaltandone la straordinaria statura spirituale e ricordando al mondo intero che il sangue dei martiri si è rivelato ancora una volta il fecondo seme di nuovi cristiani per la santa Chiesa di Dio.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia il beato Ignacio Maloyan?

La memoria liturgica del beato Ignacio Maloyan si celebra l'undici giugno, giorno del suo martirio.

Di cosa è patrono il beato Ignacio Maloyan?

Nei dati biografici forniti non viene menzionato alcun patronato specifico.

En el pueblo de Kara-Kenpru, cerca de Diyarbakir, en Turquía, beato Ignacio Maloyan, obispo de Mardin de los Armenios y mártir durante el genocidio de los cristianos perpetrado en esta región por los perseguidores de la fe; habiéndose negado a abrazar otra religión, consagró en la cárcel el pan para el refrigerio espiritual de los compañeros de prisión; fusilado luego junto con muchos otros cristianos, vertiendo su sangre obtuvo el premio de la paz eterna. — Martirologio Romano