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24 de enero

Beato Timoteo (Giuseppe) Giaccardo Timoteo (Giuseppe) Giaccardo

Sacerdote paulino

Actualizado el 18 de septiembre de 2026

Origini e giovinezza

Giuseppe Giaccardo nacque il 13 giugno 1896 a San Giovanni Sarmassa, borgata di Narzole d'Alba, in provincia di Cuneo. Era il primogenito dei cinque figli avuti da Stefano, un modesto mezzadro, e da Maria Cagna, una donna di casa molto attiva e devota della Madonna del Rosario. Al fonte battesimale ricevette i nomi di Giuseppe, Domenico e Vincenzo. La sua infanzia, trascorsa sotto lo sguardo dei genitori che lavoravano prima nella fattoria Battaglione e poi in una casa vicina alla chiesa parrocchiale di San Bernardo, fu semplice e raccolta. A quattro anni imparò le preghiere del buon cristiano frequentando l'asilo delle Suore di San Anna, mentre a sette anni iniziò la scuola comunale con ottimi maestri. Il padre subì un dissesto finanziario che lo costrinse a trasferirsi e ad adattarsi a fare da mediatore, da norcino e un po' da sacrestano. Il padre anziano affermò nel processo di non averlo mai sorpreso a dire bugie e di non averlo mai dovuto riprendere o castigare per mancanze. A dodici anni fu cresimato in San Bernardo dal vescovo d'Alba, Monsignor G. Francesci Re, vissuto tra il 1848 e il 1933. Don Giacomo Alberione era stato mandato in quella parrocchia nella primavera di quell'anno per assistere il parroco al termine della vita. Don Alberione ricevette la prima confessione generale di Giuseppe, il quale si era recato al mattino presto in parrocchia con Francesco Grosso, in seguito missionario della Consolata, per servire la Messa. Don Alberione fu subito ottimamente impressionato dalla docilità, dallo spirito di preghiera e dalla quotidiana frequenza ai sacramenti del ragazzo. Manifestando il desiderio di farsi sacerdote, nell'ottobre del 1908 fu portato in seminario da Don Alberione, nominato direttore spirituale degli alunni.

Formazione e primi voti

Pasquale Gianoglio, seminarista e in seguito vicario generale della diocesi, attestò che era un ragazzo mingherlino e fisicamente insignificante, con due occhi neri vivissimi che rispecchiavano un'anima serena e tranquilla. Era sempre sorridente, composto e raccolto, specialmente in cappella nella preghiera, senza singolarità alcuna, e conservò tale contegno durante tutta la vita. Nonostante primeggiasse negli studi, non ostentava mai la superiorità e cercava di passare inosservato, ben sapendo quanto fosse invidiato dai compagni. Secondo Don Alberione ebbe qualche difficoltà definita crisi dei giovani, che superò con fortezza d'animo al punto da poter asserire di non avere offeso mai volontariamente il Signore. Due anni dopo l'ingresso in seminario emise il voto annuale di castità, la cui forza di osservanza derivava da una tenera e filiale devozione a Maria Santissima, di cui si considerava schiavo secondo lo spirito di San Luigi Maria Grignion de Montfort, morto nel 1716. Sul banco di studio teneva l'immagine della Consolata e la baciava sovente dicendo qualche giaculatoria, come ricordava il compagno di scuola Francesco Grosso. Diceva frequentemente al compagno Franceschino di farsi santi perché quello era il loro mestiere, pur rammentandosi spesso di non poter cantare la Messa a motivo della sua voce stonata e immatura. Nei cinque anni di ginnasio fu continuo l'impegno per adempiere con fedeltà e amore tutti i suoi doveri. Cominciò a scrivere un diario o esame di coscienza dopo la vestizione dell'abito clericale avvenuta l'8 dicembre 1912, protraggedolo fino alla morte. Il diario descrive il suo sforzo incessante verso la santità tramite purificazione della coscienza, fuga del peccato veniale, esercizio dell'umiltà e compimento del dovere quotidiano, con l'aspirazione di assimilare lo spirito di Gesù per vivere soltanto di Lui, in Lui, con Lui e per Lui.

Tra servizio militare e ingresso nell'Opera

Il 22 gennaio 1915 fu chiamato alle armi e assegnato alla seconda Compagnia di Sanità di Alessandria. Il 7 gennaio 1916 fu riformato perché affetto da oligoemia o anemia, e ritornò in seminario a fare da assistente agli studenti. Fu presto dispensato da tale ruolo perché nell'esigere la disciplina era pedante e minuzioso. In preda a umiliazioni non accettate, invidie e principi di scoraggiamento, nel novembre 1916 levò il grido: Gesù, tu mi sostieni, ed io confido in Te. Voglio farmi santo. Trasformami in Te. Nella solennità dell'Immacolata emise il voto perpetuo di castità, riconoscente alla Vergine per essere stato aiutato a superare le dure lotte durate più di un anno. I legami con Don Alberione e la sua opera divennero sempre più stretti, favorito anche dal canonico Francesco Chiesa, nato nel 1874 e morto nel 1946, che fu suo professore di filosofia e ne confermò l'amicizia con Don Alberione. Il canonico Chiesa chiese il permesso al vescovo di unirsi a Don Alberione con umiltà, fermezza e semplicità, e il vescovo gli notificò che, se intendeva restare chierico, doveva rimanere in seminario per essere messo alla prova. Il Giaccardo non venne meno alla sua decisione di unirsi a Don Alberione, nonostante in seminario alcuni gli dicessero che sarebbe stato trattenuto solo finché utile con i ragazzi della Scuola Tipografica Piccolo Operaio o che volesse raggiungere il fondatore per sdebitarsi degli aiuti ricevuti fanciullo. Annotò nel suo diario che gli veniva detto di essere ipnotizzato da Don Alberione e di mancare delle capacità proprie del giornalista. Riusciva sempre bene nelle scienze esatte, mentre nella elaborazione dei temi aveva lasciato alquanto a desiderare. Don Alberione gli infuse coraggio dicendogli di stare certissimo della sua vocazione e che per crederlo ingannato avrebbe dovuto strappare il Vangelo. Il 4 luglio 1917 il Beato entrò nell'Opera di Don Alberione con il beneplacito del vescovo, essendo chierico di quarta teologia. Il fondatore lo presentò alla comunità come Maestro e gli affidò il compito di assistere i giovanetti della Scuola tipografica, fare loro scuola, correggere le bozze dei bollettini parrocchiali e dei libri, e continuare a studiare in preparazione al sacerdozio. Nel ruolo di educatore, il Giaccardo cominciò a introdurre un formalismo amante di rigidi schemi che disorientò gli aspiranti più grandicelli, alcuni dei quali proposero che il signor Maestro fosse rimandato in seminario. Don Alberione, avendo bisogno del suo aiuto, si limitò a rimproverarlo dicendogli che era imbevuto dello spirito di disciplina del seminario anziché dello spirito dell'Istituto, spiegandogli che l'Istituto doveva essere tutto coraggio, allegria e unità, e che il suo posto era quello di umile discepolo. Il Beato capì la lezione e rinunciò completamente alla sua maniera di vedere l'Opera e alla pretesa di imprimerle un indirizzo nuovo.

Il sacerdozio e i primi incarichi

Don Stefano Lamera fu postulatore della causa del Giaccardo e scrisse l'opera Lo Spirito di D. Timoteo Giaccardo, edita ad Alba nel 1954, in cui annotò che il Giaccardo non arrivò a possedere pienamente la semplicità, sobrietà e scioltezza propria della pietà paolina anche a causa del suo carattere, e che non riuscì ad acquistare una vera competenza nel lavoro tecnico e di propaganda a causa di altri impegni. Il vescovo seguiva vigile lo sviluppo dell'Opera e il 19 ottobre 1919 consacrò sacerdote Don Giaccardo contro le previsioni di alcuni sacerdoti della diocesi, incardinandolo alla diocesi poiché l'Istituto non era ancora eretto canonicamente in congregazione. Il 30 giugno 1920 il fondatore fece emettere al suo primo figlio spirituale i voti privati nell'Istituto con il nome di Timoteo, in onore del diletto discepolo di San Paolo. Don Giaccardo fu incaricato di predicare ritiri spirituali, confessare e recarsi tutte le domeniche a piedi a Benevello, distante tredici chilometri da Alba, per aiutare nella cura delle anime il parroco don Luigi Brovia, il quale era stato largo di aiuti verso di lui e morì nel 1926. Nonostante gli accresciuti impegni, Don Giaccardo continuò gli studi e il 12 novembre 1920 conseguì a Genova la laurea in teologia presso la facoltà di San Tommaso a pieni voti, sebbene non possedesse speciali doti teologiche e la sua formazione sia rimasta piuttosto sommaria a causa delle occupazioni impellenti. Per non costringere i ragazzi a continui traslochi, Don Alberione decise di fare costruire in proprio la Casa Madre dell'Istituto, nonostante diversi sacerdoti diocesani temessero il fallimento. Il primo tronco fu benedetto personalmente dal vescovo il 5 ottobre 1921, e da quel giorno l'Opera fu chiamata Pia Società San Paolo. Don Giaccardo fu nominato vicesuperiore ed economo, incaricato anche di dirigere la Cassetta d'Alba, un settimanale diocesano di cui Don Alberione era diventato proprietario. Nel redigere il settimanale, mentre Benito Mussolini si preparava a marciare su Roma per impadronirsi del governo e imbavagliare la stampa contraria, il sacerdote s'impegnò a riportare sempre con fedeltà il pensiero del papa, facendolo anche nella predicazione, nella scuola e nelle private conversazioni. Benito Mussolini visse tra il 1883 e il 1945.

La fondazione della casa di Roma

Il 6 gennaio 1926 Don Alberione affidò a Don Giaccardo l'arduo compito di andare a fondare la prima casa dell'Istituto a Roma, dicendogli nel saluto di commiato di mandarlo lì per il suo amore e la sua fedeltà al papa. Nel suo Diario il Beato, allora trentenne, scrisse di essere lì per fare la volontà del Signore semplicemente e umilmente e di confidare nel suo amore infinito. Luigi Rolfo, che fece parte della spedizione e visse fino al 1986, attestò che il Beato, vedendo per la prima volta il papa Pio XI in San Pietro, prese a saltellare dalla gioia suscitando meraviglia e ilarità. Il 15 gennaio 1926 impiantò a Roma una piccola tipografia in via Ostiense numero 75, aiutato da quattordici studenti ginnasiali condotti con sé da Alba. Poche settimane dopo poté iniziare la stampa del settimanale La Voce di Roma, cui fecero seguito altri undici settimanali diocesani. All'inizio visse in estrema povertà in una casa d'affitto costruita come magazzino, priva di mobili, di sufficienti servizi igienici e di cappella, per cui doveva recarsi con i suoi ragazzi alla basilica di San Paolo o alla vicina chiesa di San Benedetto. La basilica di San Paolo era officiata dai Padri Benedettini sotto la guida dell'abate Ildefonso Schuster, vissuto tra il 1880 e il 1935, mentre la chiesa di San Benedetto era officiata dai sacerdoti dell'Opera del Cardinale Ferrari, presso cui stava studiando Giacomo Violardo, futuro cardinale proveniente anch'egli dal seminario di Alba. I fedeli che prendevano parte alle messe rimasero subito edificati, chiedendosi chi fosse quel pretino che celebrava così bene da sembrare un santo. Verso la metà dell'anno Don Giaccardo riuscì ad allestire una cappellina con un altare portatile avuto in prestito e paramenti donati dai Padri Benedettini. Giunto a Roma con sole tremila lire, che dovevano bastare anche alle prime necessità delle quattordici giovanette delle Figlie di San Paolo dirette dalla maestra suor Amalia Peyrolo e stabilite nei pressi per affiancare il lavoro tipografico, il Beato si trovò a gestire da solo le fatiche dell'apostolato come superiore, direttore spirituale di entrambe le comunità, maestro di scuola, economo e proto tipografo. La Peyrolo, nella sua deposizione processuale, attestò di non aver mai colto alcuna espressione di rammarico sulle sue labbra riguardo all'obbedienza o ai disagi della prima fondazione. Nessuna azione economica compiva senza la previa autorizzazione del fondatore e, sebbene talvolta non riuscisse a saldare i creditori nei tempi previsti, sapeva scusarsi con grazia e umiltà tali da lasciarli confusi, affermando di non sentirsi mai così tranquillo come nelle difficoltà e che Dio avrebbe provveduto direttamente.

L'incontro con l'abate Schuster e lo sviluppo dell'opera romana

L'abate Schuster provò grande stima per l'umiltà e la semplicità di Don Giaccardo fin dal loro primo incontro, chiedendogli la sua identità e il motivo della sua presenza nella Città Eterna. Appresa la notizia che Don Alberione lo aveva inviato senza richiedere preventivamente la licenza al Vicariato, il santo abate promise di intercedere con il cardinale vicario Basilio Pompili, morto nel 1931, evitandogli così l'umiliazione di dover fare ritorno alla città di provenienza. Pochi mesi dopo l'inaugurazione, l'abate Schuster fece visita alla casa paolina e, rimasto profondamente colpito dalla povertà e dalla serenità, camminava tra i locali sospirando ed esclamando Betlemme! Betlemme!, raccomandando nel congedarsi che la casa continuasse a vivere nella povertà per poter prosperare. Il segretario dell'abate, padre Anselmo Tappi-Cesarini, attestò che Don Giaccardo non si mostrò mai scoraggiato, ripetendo che i giovani rappresentavano i parafulmini della casa e che la Provvidenza non li avrebbe mai abbandonati. Giacomo Violardo frequentava Don Giaccardo per la confessione e la direzione spirituale, e il sacerdote trattava i suoi ragazzi con spirito veramente paterno, traendo ispirazione dai metodi educativi di Don Bosco e seguendoli molto da vicino. Il sostentamento e l'incremento dell'Istituto venivano ricavati dai lavori tipografici, poiché il fondatore si trovava ad Alba impegnato nella progettazione di un grande tempio dedicato a San Paolo e pretendeva che i suoi figli imparassero a provvedere a se stessi. Il Beato adempiva quotidianamente alla costituzione dedicando un'ora di adorazione davanti al Santissimo Sacramento, recitava numerosi rosari in onore della Regina degli Apostoli e lavorava duramente seguendo l'esempio dell'apostolo San Paolo. Riuscì a fare da mediatore tra Don Alberione e i dicasteri della Santa Sede per l'approvazione della congregazione, avvalendosi dell'aiuto di padre Enrico Rosa, direttore della Civiltà Cattolica e morto nel 1938, il quale nutriva grande stima per lui e parlò personalmente di lui a papa Pio XI. Il 13 luglio 1926 papa Pio XI ricevette in udienza il cardinale Camillo Laurenti, prefetto della Congregazione dei Religiosi, esprimendo la volontà di istituire una congregazione religiosa dedicata alla buona stampa. Il 12 marzo 1927 il vescovo d'Alba, monsignor G. Francesco Rè, riconobbe ufficialmente la Pia Società San Paolo come congregazione di diritto diocesano, riconoscendo Don Alberione come Primo Maestro. In quell'occasione Don Giaccardo si recò ad Alba per fare gli auguri al padre della propria vocazione ed emise la propria professione perpetua. Poiché la casa romana affrontava difficoltà di spazio per le vocazioni in costante aumento, Don Giaccardo visitò e gradì un terreno di cinque ettari denominato vigna di San Paolo, di proprietà dei benedettini e provvisto di un modesto casale. Informato per iscritto, Don Alberione rispose nel luglio 1927 autorizzando l'acquisto, e l'abate Schuster sottoscrisse l'atto di vendita, mentre il fondatore giungeva tempestivamente da Alba per versare la prima rata di ventimila lire. Nell'ottobre del 1927 la comunità prese possesso della nuova proprietà, e Don Giaccardo convertì la stalla del casale in cappella e la cantina in tipografia. Subito dopo aver emesso la professione perpetua, annotò nel suo diario l'offerta a Dio della dura fatica di essere superiore e la richiesta di benedizione, preghiera che fu esaudita. Nel 1928 ottenne dal Vicariato l'autorizzazione a fare edificare un primo tronco di casa per la Pia Società San Paolo su un terreno acquistato su una collina, e in seguito fu edificato un altro tronco per le Figlie di San Paolo sopra una collina di loro proprietà. Nell'ottobre del 1930 Don Alberione richiamò ad Alba Don Giaccardo insieme ai giovani della fondazione romana per offrire loro un periodo di più tranquilli studi e di più intensa formazione spirituale, per poi rimandarlo a Roma come superiore nel 1932. Nel periodo dell'anno santo della Redenzione 1933-1934, Don Giaccardo fu in grado di accogliere a Roma tutti i professi e novizi paolini che desideravano recarvisi per l'acquisto del giubileo.

Il ritorno ad Alba e il periodo di maggiore attività

Il 10 giugno 1936 il fondatore trasformò la casa romana in sede del Superiore Generale e destinò Don Giaccardo ad Alba affinché dirigesse la Casa Madre, affidandogli l'impegno di insegnare a ragazzi, chierici e sacerdoti la pratica della vita di preghiera, di studio, di apostolato e di povertà, che costituiscono le quattro ruote del carro paolino. Il Beato accettò con spirito di umiltà e con animo lieto e sincero, proponendosi di comportarsi da superiore pio e sapiente nel vedere, forte e paziente nel tollerare, dolce e fidente nel correggere. Il decennio trascorso ad Alba tra il 1936 e il 1946 rappresentò il periodo più attivo di tutta la sua vita e, secondo Don Rolfo, il migliore nella storia di Casa Madre per l'osservanza religiosa, la concordia degli animi e il buon nome della comunità. Quando giunse nel 1936, trovò circa cinquecento giovanotti da educare e un centinaio di chierici e sacerdoti da guidare alla santità. Monsignor Gianoglio attestò che si formò di lui il concetto di religioso paolino non comune, edificante per la pietà, lo zelo e il modo in cui trattava i confratelli e gli inferiori, tanto da essere considerato la mamma della congregazione, un uomo straordinario nella vita ordinaria. Le Pie Discepole del Divino Maestro, fondate da Don Alberione ad Alba il 20 febbraio 1924 per il servizio di cucina e guardaroba, l'adorazione eucaristica e l'apostolato liturgico, trovarono in lui una guida costante. Don Giaccardo soleva dire a Madre Lucia Ricci, superiora delle Pie Discepole, che l'autorità ricevuta ha il compito di servire gli altri e non di essere serviti, dimostrandolo nei fatti ed ascoltando ininterrottamente tutti coloro che a lui si rivolgevano, senza mai dare a vedere di essere annoiato o seccato. La tranquillità del Beato resistette anche negli anni della seconda guerra mondiale tra il 1940 e il 1945, nonostante l'arrivo in curia di lamentele di creditori non pagati e un bollettino dei protesti che recava ogni numero un lungo elenco di cambiali scadute. Prima di decidersi amava riflettere, pregare, consigliarsi e attendere da Roma la definitiva approvazione del fondatore. Pur essendo timido per natura e provando ripugnanza nel fare correzioni, specialmente a sacerdoti e confratelli professi, sopportò sgarbi, ingratitudini e grossolanità senza un lamento e senza conservare rancori. Don Alberione afferma che durante la permanenza ad Alba tenne ogni anno non meno di quattrocento prediche sui più svariati argomenti religiosi, rivolte ai membri della Società San Paolo, alle Pie Discepole del Divino Maestro e alle Figlie di San Paolo, la cui Casa Madre era a borgo Piave, distante un chilometro e mezzo dal centro cittadino e raggiunto a piedi tutti i venerdì per la Messa, la meditazione e le confessioni.

Spiritualità, predicazione e amore per la liturgia

La predicazione di Don Giaccardo traeva argomento principalmente dal Vangelo, che desiderava fosse esposto in chiesa, negli studi, in tipografia e nelle camerate, baciandolo a mani giunte ogni volta che vi passava davanti. Traeva ispirazione in modo speciale dalle Lettere di San Paolo, che leggeva in greco, conosceva quasi a memoria e consultava spesso da una piccola edizione tascabile. Quando parlava del peccato mostrava imbarazzo e ripugnanza, rimanendo affranto per le colpe dei confratelli e avendo in odio i sotterfugi e le bugie. L'amore per la castità rappresentava la caratteristica principale della sua vita, e considerava il religioso tiepido come un controsenso, ammonendo che si è religiosi solo se si è fervorosi. Insisteva sull'obbedienza attiva e amorosa e sull'umiltà, definendo il Vangelo il libro dell'umiltà e raccomandando di non fare nulla che non fosse in regola. Fino alla fine della sua vita fu esemplare nell'adempiere le pratiche di pietà: si alzava alle quattro e mezzo del mattino anche quando andava a riposare molto tardi, passava talvolta la notte in bianco per dissidi o mancanze di carità tra i confratelli, pregava tenendo le mani giunte e non tralasciava mai l'ora prescritta di adorazione al Santissimo Sacramento. In chiesa non amava essere disturbato, motivando il rifiuto con il fatto di essere a rapporto con Dio e che non c'è nessuno più importante di Lui. Durante la preghiera non fu mai visto seduto o appoggiato al banco, e durante il giorno gli fiorivano spontanee sulle labbra giaculatorie che chiamava le nostre telefonate al paradiso, ripetendo spesso Deo gratias e Mio Dio e mio tutto. Nutriva un vivissimo amore alla liturgia: in anticipo sui tempi volle che la Messa domenicale fosse dialogata e la Messa grande celebrata in bel canto gregoriano, amando le belle funzioni religiose, il suono dell'organo e le lunghe processioni. Per la casa di Dio e per i malati non badava a spese. Esigeva il massimo splendore per l'adorazione eucaristica nella prima domenica del mese, dedicata a Gesù Maestro, Via, Verità e Vita, e indisse tra i cooperatori una raccolta di oggetti preziosi per far fondere dieci chilogrammi di argento e tre di oro da trasformare in un artistico e monumentale ostensorio. D'accordo col fondatore fece dotare la chiesa di Casa Madre di un organo di circa tremila canne, il cui progetto fu curato dall'ingegnere Bartolomeo Gallo, morto nel 1970, e inaugurato il 23 ottobre 1938 alla presenza del principe Umberto di Savoia. Fece inoltre dotare la chiesa di uno splendido altare in masse di marmo di grande pregio, consacrato il 20 agosto 1941 da monsignor Luigi Grassi, vescovo di Alba dal 1887 al 1948. Nel 1942 affidò allo scultore Virgilio Audagna l'opera Gloria di San Paolo, un grande altorilievo marmoreo di quattrocentocinquanta quintali che costituisce la pala dell'altare maggiore, provvedendo prima a pavimentare la chiesa con marmi pregiati e intarsi.

La prova del noviziato e il compimento dell'opera

Quando il fondatore destinò Don Giaccardo ad Alba, il suo compito fu contribuire alla formazione spirituale, morale e culturale delle Pie Discepole per portarle all'autonomia giuridica, dettando meditazioni, insegnando l'esame di coscienza, confessandole e facendole istruire in italiano, latino, liturgia e teologia per sette anni. Alcuni confratelli invidiosi e alcune suore mossero critiche e accuse, e il 9 luglio 1945 Don Alberione chiese alla Congregazione dei Religiosi di separare le Pie Discepole dalle Figlie di San Paolo. Il 24 agosto 1946 monsignor Pasetto, segretario della Congregazione, comunicò di non ritenere conveniente accogliere la domanda e dispose la chiusura del noviziato delle Pie Discepole ad Alba. Il padre Angelico da Alessandria, cappuccino e Visitatore delle suore, comunicò la decisione a Don Giaccardo, il quale si fece bianco in volto e gli disse di offrire la sua vita al Signore per ottenere tale grazia, raccomandando alle suore di obbedire in silenzio, fiducia e docilità, dando per primo l'esempio. Nel 1947 alcune suore accusarono Don Giaccardo di esagerazione nella direzione spirituale e di confusione nell'apostolato, ma padre Angelico constatò che si trattava di una macchinazione e che il subbuglio esisteva solo nella mente di alcune suore malate di nervi o gelose. La Santa Sede espresse grande soddisfazione e monsignor Luigi Grassi eresse l'Istituto in congregazione religiosa il 3 aprile 1947. Prima che il decreto fosse pubblico, le suore che lo avevano accusato gli chiesero perdono, ed egli rispose che la colpa era sua per non essersi fatto capire. All'inizio del 1948 padre Angelico si recò ad Alba per consegnare il decreto di erezione, e il Beato dichiarò di aver compiuto la sua opera e di essere pronto a mantenere l'offerta fatta a Dio. All'inizio di ottobre del 1946 Don Giaccardo aveva ricevuto l'ordine di trasferirsi a Roma come Vicario generale con grande sacrificio, ricevendo l'incarico di scrivere il Direttorio della Società San Paolo, terminato un mese prima di morire. A Roma si trovò a disagio per la nuova posizione di inattività causata dal governo gelosamente accentratore del fondatore, ma non fece mai critiche né accusò alcuna persona, offrendo le sofferenze e rinnovando ogni mattina il suo abbandono in Dio.

La malattia e il transito al cielo

Dagli ultimi mesi del 1947 Don Giaccardo iniziò a sperimentare una spossatezza crescente e non si fidava più a viaggiare da solo a causa di svenimenti e difficoltà alle gambe. Due mesi prima di morire, visitò diverse case d'Italia come fratello maggiore e figlio del fondatore e, recatosi al paese natio, salutò i parenti e chiese la benedizione in ginocchio al vecchio parroco. Il 12 gennaio 1948 celebrò con estrema fatica la sua ultima Messa. Nel frattempo papa Pio XII concesse il Decreto di Lode alle Pie Discepole del Divino Maestro, e la mattina successiva il Beato inviò un telegramma alle suore dicendo Eugenio placuit, Pius probavit. Curato inizialmente dal dottor Tommaso Teodoli per artrite e lombaggine, un consulto di tre medici rivelò che era affetto da anemia leucemica acuta vicina alla fine. Il 18 gennaio 1948 Don Alberione gli notificò la gravità della malattia e gli propose gli ultimi sacramenti. Il morente ebbe un momento di sorpresa non aspettandosi una fine così rapida ed esclamò: Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu. Accettò con obbedienza tutte le cure, facendosi toccare soltanto da don Pietro Occelli per un senso di pudore e vergogna, e attese la morte ripetendo continuamente il Credo e pregando nel proprio cuore. Il 22 gennaio Don Alberione celebrò la Messa del viatico nella stanza adiacente, e al termine il Beato chiese che gli fosse recitato l'inno Gesù, corona virginum, pronunciando poi per tre volte lentamente la frase Vieni, servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore. Don Giaccardo morì il 24 gennaio 1948, di sabato, alla vigilia della conversione di San Paolo e nella memoria del suo discepolo San Timoteo, dopo che la sera prima l'intera comunità era sfilata per baciargli la mano e il fondatore lo aveva assolto e baciato definendolo un figliuolo buono e fedele. Don Alberione testimoniò che morì ancora rivestito dell'innocenza battesimale. Monsignor Grassi pianse dal dispiacere alla notizia della morte, e il cardinale Schuster scrisse da Milano il 25 gennaio 1948 definendo la sua dipartita un lutto familiare e ricordando i primi anni di eroico abbandono in Dio a Roma. I funerali si svolsero il 26 gennaio 1948 nell'abside della basilica di San Paolo come se fosse un monaco dell'abbazia, e dall'aprile del 1966 le sue reliquie sono venerate nella cripta del santuario di Maria Santissima Regina degli Apostoli, la cui prima pietra era stata posta il 19 agosto 1947 dal cardinale Carlo Salotti con la presenza di Don Alberione e dello stesso Giaccardo, la cui ultima preghiera scritta fu che il suo sepolcro fosse semente di vergini. Giovanni Paolo II ne riconobbe le virtù eroiche il 9 aprile 1985 e lo beatificò il 22 ottobre 1989.

Preguntas frecuentes

Quando si festeggia il Beato Timoteo Giaccardo?

La sua ricorrenza si celebra il 24 gennaio.

Qual è il ruolo principale svolto da San Timoteo Giaccardo nella Chiesa?

È stato il primo sacerdote religioso della Società San Paolo, collaboratore prezioso di Don Giacomo Alberione nell'evangelizzazione mediante la comunicazione sociale e nella formazione delle vocazioni.

Aquí está la traducción del texto italiano al español, manteniendo el formato HTML: A Roma, beato Timoteo (Giuseppe) Giaccardo, sacerdote, che nella Pia Società di San Paolo formò molti discepoli per annunciare al mondo il Vangelo con un appropriato uso dei mezzi di comunicazione sociale. **Traducido:** En Roma, beato Timoteo (Giuseppe) Giaccardo, sacerdote, que en la Pía Sociedad de San Pablo formó muchos discípulos para anunciar al mundo el Evangelio con un apropiado uso de los medios de comunicación social. — Martirologio Romano