20 de enero
Sant' Eustoquia (Esmeralda) Calafato
Virgen clarisa
Actualizado el 18 de septiembre de 2026
Origini e giovinezza a Messina
La santa nacque nel villaggio detto Annunziata, presso Messina, il venticinque marzo del milletrecentoquarantatré, giorno del giovedì santo del millequattrocentotrentaquattro. Al sacramento del battesimo le fu imposto il nome di Smeralda. Suo padre era Bernardo, un ricco mercante messinese che esercitava anche via mare il trasporto conto terzi, il cui soprannome era Calafato, cognome poi assunto da tutta la famiglia. La madre si chiamava Macalda Romano Colonna, un'autentica cristiana conquistata dallo spirito francescano grazie all'influenza del beato Matteo di Agrigento, che la indusse ad affiliarsi al Terz'Ordine di San Francesco. La madre trasmise un grande amore per santa Chiara e per san Francesco soprattutto alla figlia Smeralda, la quale crebbe in un'atmosfera di pietà e cominciò presto a seguire le orme materne. La figlia di Bernardo Cofino si chiamava Smeralda di nome e di fatto ed era ritenuta bellissima. Molti sostengono che Smeralda servì da modella al suo coetaneo Antonello da Messina per dipingere la celebre Annunziata, sebbene la presunta modella per l'opera potrebbe essere solo una leggenda. La bellezza celebrata di Smeralda si può constatare ancora oggi dopo più di cinquecento anni.
A undici anni Smeralda si ritrovò fidanzata a sua insaputa con un maturo vedovo trentacinquenne. La giovane subì il legame di fidanzamento per due anni fino alla morte improvvisa del fidanzato. Tale evento luttuoso fece meditare Smeralda sulla brevità della vita e sulla necessità di usare bene il tempo. Una visione del crocifisso in una chiesa decise Smeralda a darsi completamente al Signore, portandola a rifiutare i numerosi pretendenti. A non ancora quattordici anni Smeralda decise di entrare in convento per dedicarsi interamente a Dio. Il padre oppose un netto rifiuto alla sua entrata in convento, poiché riceveva altre richieste di matrimonio, anche ghiotte, per la figlia bella. Smeralda rifiutò ogni proposta di matrimonio, scalpitò, litigò con il padre e cercò di scappare da casa. In seguito il padre morì in Sardegna durante uno dei suoi frequenti viaggi commerciali. Dopo la morte del padre, le monache del convento di Santa Maria di Basicò rifiutarono Smeralda per paura che il monastero venisse incendiato, poiché i fratelli della giovane avevano minacciato di dare alle fiamme l'edificio. Il convento di Santa Maria di Basicò era uno dei più importanti della Sicilia di allora, ad olio delle nobili fanciulle messinesi e oggetto dei privilegi dei re. Nonostante le minacce dei fratelli e il rifiuto iniziale delle suore intimorite, le insistenze della beata ebbero infine ragione dell'opposizione familiare. Smeralda riuscì a realizzare il suo sogno e, vestendo l'abito religioso, entrò tra le Clarisse ancor prima di compiere sedici anni, ricevendo il nome di suor Eustochia.
La vita claustrale e il desiderio di riforma
Il convento di Santa Maria di Basicò si rivelò completamente diverso da come suor Eustochia lo aveva immagino. La vita spirituale nel convento si era rilassata. Dispense e favoritismi avevano ammorbidito la penitenza per venire incontro alle esigenze delle ragazze di buona famiglia, le quali non avevano voluto rinunciare completamente agli agi e alle comodità. La badessa era troppo invischiata nelle cose temporali e aveva perso di vista lo spirito di povertà delle figlie di Santa Chiara. La beata non trovò a Santa Maria di Basicò il suo ideale di rinunzia perché la vita regolare era mitigata da dispense. Per esprimere il proprio fervore, Eustochia rivolse una preghiera al Crocifisso esprimendo il desiderio di soffrire e di morire per il suo amore. La sua anima si nutriva delle laudi di Jacopone da Todi. Suor Eustochia scelse come cella un sottoscala e visse in modo penitente, dormendo poco e sulla nuda terra, affliggendo le sue carni col cilicio e la flagellazione. La religiosa diede per prima l'esempio di una vita austera, penitente, intessuta di preghiera e di servizio alle sorelle anziane o ammalate. Suor Eustochia si oppose allo stile di vita rilassato del convento e invocò un ritorno alla Regola originaria, progettando una vera e propria riforma della vita religiosa. Lo scontro con la badessa fu inevitabile e portò a uno strappo doloroso ma necessario. La religiosa decise di uscire dal convento per fondarne un altro che seguisse più fedelmente la Prima Regola di Santa Chiara. Callisto III, con decreto del diciotto ottobre millenovecentocinquantasette, accolse le richieste della Calafato. Dopo grandi fatiche, suor Eustochia riuscì a fondare il nuovo convento nel millenovecentoquarantaquattro (o millequattrocentosessantaquattro). Nel nuovo convento Eustochia fu seguita dalla madre, che la aiutò anche finanziariamente insieme alla sorella, da una sorella e da poche fedelissime, tra cui Jacopa Pollicino. La comunità si trasferì nel nuovo convento di Santa Maria Accomandata.
Il nuovo convento incontrò notevoli incomprensioni, poiché superiori e consorelle mostrarono opposizione verso la riforma e i Frati Minori Osservanti rifiutarono di andare a celebrare la Messa nella nuova fondazione. Lasciato senza assistenza religiosa per otto mesi, il monastero visse un momento di grande solitudine. La Calafato, abbandonata da tutti, si rivolse a Roma e ottenne un nuovo Breve pontificio. L'arcivescovo di Messina impose ai Frati Osservanti, sotto pena di scomunica, di assumere la cura spirituale delle suore riformate. Il nuovo convento vide così rifiorire i primi tempi del movimento francescano. La fondatrice guidava fermamente la comunità insegnando con la parola e con l'esempio l'ideale del Poverello e l'amore del Crocifisso. Eustochia praticava l'adorazione eucaristica passandovi notti intere. Le vocazioni affluirono numerose e l'edificio divenne troppo angusto. Per munificenza di Bartolomeo Ansalone, nel millenovecentosessantatré le Clarisse Riformate poterono trasferirsi a Montevergine in un nuovo monastero esistente tuttora, dove la comunità si consolidò e si ingrandì. A Montevergine la Calafato scrisse un libro sulla Passione per esortare le consorelle alla virtù e all'amore del Crocifisso. Durante la vita e ancor più dopo la morte, alla Calafato furono attribuiti vari miracoli che la resero veneratissima. La sua esistenza terrena si concluse all'età di cinquantuno anni il venti gennaio milletrecento ottantacinque (oppure nel millenovecentonovantuno). L'ultima raccomandazione di suor Eustochia fu di prendere il Crocifisso per Padre affinché potesse ammaestrare in ogni cosa.
Il culto, i manoscritti e la testimonianza del corpo incorrotto
La vita santa di Eustochia fu accompagnata da miracoli in vita e in morte. I messinesi e le Clarisse la ritenevano santa già da cinque secoli prima della canonizzazione, venerandola come protettrice della loro città, specialmente contro i terremoti. Il due luglio mille settecentosettantasette il senato di Messina promise di recarsi ogni anno a Montevergine il venti gennaio e il ventidue agosto. Nel mille settecentottantadue papa Pio VI approvò il culto ab immemorabili di Eustochia e la beatificò. Nel millenovecentoottantottantesimo anno san Giovanni Paolo II proclamò Eustochia Calafato santa. I martirologi francescani ricordano suor Eustochia al venti gennaio. Sulla vita di suor Eustochia Calafato esistono due antichi manoscritti. Il primo manoscritto si trova nella Biblioteca comunale di Perugia ed fu scritto da suor Jacopa Pollicino, figlia del barone di Tortorici, su richiesta di suor Cecilia, badessa del monastero di Santa Lucia di Foligno, con cui le Clarisse messinesi erano in corrispondenza. Suor Jacopa si fece aiutare nella stesura da altre suore che erano vissute con la beata. Suor Cecilia si trasferì in seguito a Perugia portando con sé il manoscritto, lo ritoccò, gli diede un miglior ordine, tolse espressioni siciliane e lo arricchì di colorito toscano. Il ventotto febbraio mille settecentottantuno una copia collazionata del primo manoscritto fu inviata dall'arcivescovo di Messina alla Sacra Congregazione dei Riti per il processo di beatificazione, e la copia fu pubblicata dal Macrì nel millenovecentotré. Il secondo manoscritto fu ritrovato da Michele Catalano nella Biblioteca Civica Ariostea di Ferrara e fu pubblicato dallo stesso Catalano nel millenovecentoquarantadue. Un testo agiografico sulla Calafato fu composto nel milletrecentonovantatré, due anni dopo la sua morte, riproducendo con grande fedeltà l'originale seguendolo anche nelle espressioni siciliane. Secondo Catalano, il testo ha notevole importanza mistica, valore agiografico e storico, e valore nella storia della lingua.
La testimonianza più straordinaria legata alla santa è il suo corpo, che si trova in posizione eretta nell'abside della Chiesa di Montevergine ed è esposto alla venerazione del popolo, il quale accorre in massa a venerarlo soprattutto il venti gennaio e il ventidue agosto. Nel mille seicentonovanta l'arcivescovo di Messina scrisse una lettera alla Sacra Congregazione dei Riti descrivendo lo stato incorrotto del corpo della beata. L'arcivescovo riferì che il corpo era integro, intatto e incorrotto, capace di reggersi in piedi sulle piante. Descrisse il naso bellissimo, la bocca socchiusa, i denti bianchi e forti e gli occhi non corrotti con pupilla trasparente nell'occhio sinistro, constatando che le unghie delle mani e dei piedi erano inalterate e il capo conservava dei capelli. Due dita della mano destra apparivano distese in atto di benedire mentre le altre erano contratte verso la palma, accennando a una benedizione che la beata avrebbe dato dopo la morte con quella mano a una suora. Le braccia si piegavano sia sollevandole che abbassandole. Il corpo è interamente ricoperto dalla pelle, mentre la carne sotto la pelle appare disseccata al tatto. Il corpo di Smeralda è passato indenne anche il terremoto del millenovecentotto ed è conservato in una teca di vetro in posizione eretta. Per tutto questo, san Giovanni Paolo II chiamava Smeralda la santa in piedi. L'iconografia rappresenta la beata in ginocchio davanti al Sacramento oppure più frequentemente con la Croce nelle mani.
Il cammino di fede
Nata a Messina nel 1434 con il nome di Esmeralda, Santa Eustoquia sentì presto il richiamo a una vita consacrata al Signore. Il suo percorso spirituale ebbe inizio con l'ingresso nel convento di Santa Maria di Basicò, luogo in cui scelse di assumere il nome di Eustoquia, segnando così l'inizio di una nuova tappa del suo cammino. Animata dal desiderio ardente di vivere con maggiore rigore e autenticità la Regola francescana, avvertì la necessità di fondare una nuova comunità che fosse fedele allo spirito originario di Santa Chiara.
Questa aspirazione si concretizzò con la fondazione del monastero di Santa Maria Accomandata. Tale iniziativa non fu soltanto un atto amministrativo, ma una vera e propria missione di riforma, volta a ripristinare la purezza della vita contemplativa. Nel 1463, la Santa guidò il trasferimento della sua comunità presso il nuovo monastero di Montevergine, un luogo che divenne il cuore pulsante della sua opera. Per garantire la stabilità e il benessere spirituale delle sue consorelle, ottenne un apposito Breve pontificio, assicurando così alla comunità l'assistenza religiosa necessaria per perseverare nel loro proposito di perfezione. La sua vita si concluse nel 1485 a Messina, città che fu sempre il centro della sua missione e del suo instancabile apostolato, lasciando dietro di sé una scia di santità che ha attraversato i secoli fino alla sua canonizzazione avvenuta nel 1988.
Il culto e la memoria
La memoria di Santa Eustoquia Calafato è profondamente radicata nella città di Messina, che la venera come una delle sue figure spirituali più insigni. La sua testimonianza di vita, caratterizzata da una coerenza esemplare e da una dedizione assoluta alla Regola, continua a ispirare i fedeli che si rivolgono a lei con fiducia. Il suo corpo, conservato nel monastero di Montevergine, rappresenta un punto di riferimento per coloro che cercano conforto e protezione spirituale.
Il riconoscimento solenne della sua santità da parte di Papa Giovanni Paolo II nel 1988 ha confermato il valore universale della sua esperienza monastica, elevandola a modello per tutta la Chiesa. La sua festa, celebrata il 20 gennaio, coincide con il giorno del suo transito verso la vita eterna, invitando i fedeli a riflettere sulla bellezza di una vita donata interamente a Dio. In questo giorno, la comunità messinese si stringe attorno alla sua memoria, rinnovando la devozione verso colei che ha saputo incarnare la povertà e l'umiltà francescana con una forza d'animo rara e luminosa.
Preguntas frecuentes
Quando si festeggia Sant'Eustoquia Calafato?
La memoria liturgica si celebra il 20 gennaio, data in cui si ricordano anche i pellegrinaggi e le ricorrenze del 20 gennaio e del 22 agosto.
Di cosa è patrona Sant'Eustoquia Calafato?
Sant'Eustoquia Calafato è patrona e protettrice della città di Messina.
En Messina, santa Eustoquio Calafato, virgen, abadesa de la Orden de Santa Clara, que se dedicó con gran ardor a restaurar la antigua disciplina de la vida religiosa y a promover la secuencia de Cristo sobre el modelo de san Francisco. — Martirologio Romano