Sant' Ennodio de Pavía, il cui nome corretto è Ennodio Magno Felice, visse nel quinto secolo e viene giustamente ricordato come una figura assai importante, celebre come vescovo, poeta e retore latino. Egli seppe emergere come una personalità di altissimo valore culturale e spirituale in un secolo oscuro e frammentato, guadagnandosi grazie alla sua alta stima generale e alla sua vasta opera l'appellativo di confessore della fede e padre della Chiesa. Originario della Gallia, nacque nel 473 o 474 probabilmente ad Arles da una famiglia dell'aristocrazia locale che vantava legami di parentela con la più alta nobiltà di Roma, e si pensa potesse addirittura discendere da Felice Ennodio, proconsole d'Africa tra il 408 e il 423. Rimasto orfano in tenera età dopo aver avuto per padre un uomo che sembra si chiamasse Firmino, citato accanto a Geronzio come uno dei nonni del nipote Lupicino, crebbe insieme a due sorelle e due nipoti, tra cui Euprepia madre di Lupicino e un'altra sorella di nome ignoto madre di Partenio. Allevato dalla zia paterna nell'Italia settentrionale, più precisamente a Pavia, città a cui legò in modo particolare il suo nome e la sua opera soprattutto come vescovo, affrontò la perdita della zia all'età di sedici anni, verso il 489-490, ritrovandosi solo in una regione preda delle miserie conseguenti agli scontri armati tra Teodorico e Odoacre.
Dopo aver trovato rifugio presso una famiglia pia e facoltosa e dopo un fidanzamento con la figlia che non ebbe seguito a causa della guerra, entrò nel clero di Pavia verso il 493 sotto la guida del vescovo Epifanio, la cui morte avvenne il 21 gennaio del 496 o 498. Passato come diacono alla Chiesa di Milano sotto il vescovo Lorenzo, che era suo parente ed era in carica dal 490 al 512, compose qui la parte essenziale delle sue opere, distinguendosi per il suo talento letterario e facendosi notare per la difesa di papa Simmaco durante il conflitto con il diacono Lorenzo, un impegno che segnò l'inizio di una visibilità sempre più forte nella chiesa cattolica grazie alla sua straordinaria eloquenza ed erudizione dottrinale. Colpito da una grave forma febbrile nel luglio del 511, guarì per intercessione di san Vittore, vivendo una profonda crisi morale che lo portò alla rinuncia delle futilità letterarie e a una maggiore determinazione nella fede. Divenuto vescovo di Pavia nel 514, con l'approvazione non estranea di Teodorico in una sede cruciale come quella del Regno, svolse una intensa opera di pastore contrassegnata dalla carità e dalla necessità di confermare clero e popolo nella retta dottrina, partecipando anche nel 515 e nel 517 alle importanti missioni in Oriente volute da papa Ormisda per regolare il conflitto tra le due Chiese. Morì pochi anni dopo queste missioni e fu inumato il 17 luglio 521, come riporta il suo epitaffio, lasciando in eredità nove libri di Epistole e Opuscoli, inni, epigrammi e la biografia del predecessore Epifanio.